What’s Art: senza presunzioni né certezze

Ricordo quando, da piccino, guardavo quel blocco cartaceo (per me era solo quello), che due volte a settimana gravava sulle mie spalle, che conteneva foto di statue e palazzi, quadri e massi. E mi chiedevo, con un misto di curiosità e polemica, a cosa servisse quel libro di storia dell’arte. Ad un ragazzo di scuola media, alla presa con le prime cotte adolescenziali e le prime delusioni di vita, con le prime trasgressioni ed i conflitti con i grandi, cosa può provocare l’arte, così studiata tra migliaia di caratteri e foto asettiche. Cosa?

Poi, un giorno, al termine di un’interrogazione sulla pittura del Novecento, ovviamente andata male, gettai quel tomo inutile e mi chiesi, come avviene con enorme facilità a quell’età, “perché?”. Mentre silenziosamente urlavo quella domanda, mi soffermai sullo stesso odiato libro, misteriosamente apertosi su un’opera di Pablo Picasso. Guernica.

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E la osservai, come fosse la prima volta. Non la guardai semplicemente, bensì l’abbracciai. Mentre ripetevo ancora, meno urlata, quella domanda. E quell’opera mi piacque, e compresi la mia prima lezione sull’arte: che bisogna saperla interrogare, sviscerare, e che diventa “arte” solo quando è accompagnata da una domanda. Indipendentemente se sia una canzone, una recita, una pellicola. Sono passati tanti anni da allora. Ho lasciato la mia terra e mi sono trasferito a Roma: oggi non mi occupo strettamente di arte, sono onesto, ma mi piace dipingere con i suoi colori e le sue emozioni la mia vita, mi piace accompagnarla dalle sue note e dalle sue maschere. Perché solo chi ama l’arte riesce ad andare oltre, sino a cogliere la vera essenza delle cose.  O che, per lo meno, ci prova. E si chiede ancora “perché”, senza presunzioni né certezze. Indipendentemente dall’età.