Arte e Sesso: quando tette e piselli sono un alibi. La mostra di shunga a Londra.

L’arte e l’erotismo: un confine a volte evanescente, spesso marcato. Una coppia che punta a sottolineare i costumi che cambiano, la società che evolve, i valori in frantumi. E poi l’amoralità, la corruzione, la solitudine, la povertà. Tutto questo con un paio di tette o in un pisello. Con termini provenienti dalle bocche degli artisti che vantano “provocazione”, “rottura degli schemi”, “nudità comunitaria”, “esempio di indignazione messa in scena” e “denuncia politica”. Giusto per citare alcune delle recenti dichiarazioni apparse su media e pamphlet (de)motivazionali. A cui spesso reagisco con un tacito sorriso. Ma, forse, sarò tarato io.

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Io sono per la ricerca del “perché” dinanzi all’opera artistica. L’ho già detto, e lo confermo. Ma cosa c’è di artistico nel murales della mostra Keep Your Timber Limber dell’Institute of Contemporary Arts (ICA) di Londra? E dov’è l’arte in alcune “opere” della mostra Nackte Manner, letteralmente in tedesco uomini nudi, al Leopold Museum di Vienna?

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L’esperto di anatomia Gunther von Hagens, divenuto famoso soprattutto per la sua mostra itinerante Body Worlds, nel 2009 ha presentato al Postbahnhof di Berlino una coppia di cadaveri durante l’atto sessuale. Anche questa è arte?

Two plastinated human specimens arranged in love-making posture are seen during the exhibit's unveiling in Berlin

Ma arriviamo al dunque: il British Museum di Londra (qui il video di presentazione) ospita, fino a gennaio, l’ennesima mostra che farà discutere. Curata da Tim Clark, conta circa centocinquanta opere ed un solo comandamento: “shunga”. La parola cinese, che significa letteralmente “pittura della primavera”, in riferimento all’atto sessuale, ha vissuto la sua epoca d’oro tra il XVII ed il XIX secolo. Qui la rappresentazione dell’atto sessuale non è mai considerato peccaminoso o degradante. Almeno non in Cina.

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I personaggi più frequenti dei shunga erano le geisha e le prostitute dei quartieri di piacere delle grandi città giapponesi. E ritraevano indistintamente, senza inutili inibizioni, scene di sesso omosessuale ed eterosessuale. Ambientate in luoghi comuni giapponesi, come terme e bagni, dove nudità e promiscuità sono la norma in molte città orientali. In alcuni shunga compaiono anche scene di zooerastia, dove una donna si accoppia con un polpo. Originali.

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Questa tipologia di dipinti compare, per la prima volta, sulle statue buddiste del VII sec, e poi successivamente in manuali del secolo successivo. Per poi venire rappresentate su rotoli di carta. Per poi tramandarsi nei secoli, sino a diventare oggetto di studio e di ricercatezza artistica.

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Una forma d’arte, inizialmente, dai forti toni elitari, accessibili solo a sacerdoti, samurai e all’aristocrazia. Poi la diffusione al ceto medio, con successivo calo artistico durante gli ultimi due secoli. Che vengono ricordati proprio in questa prima esibizione europea. E che, forse, dimensioni di sesso a parte (ma gli orientali non erano famosi per altri tipi di dimensioni?), potrebbe essere davvero definita arte. Forse. Per lo meno, in questo caso, il “perché” c’è. Si nasconde, ma c’è.

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