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L’architettura decorata del Quartiere Coppedè

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Impropriamente conosciuto come “Quartiere Coppedè” dal nome del progettista, si tratta, in verità, di un insieme di 26 palazzine e 17 villini dalle fattezze inaspettate ispirate alla Natura

Il complesso che si apre tra la via Salaria e la Nomentana è sicuramente uno dei nuclei residenziali più particolari dell’ambito romano. Impropriamente conosciuto come “Quartiere Coppedè” dal nome del progettista, si tratta, in verità, di un insieme di 26 palazzine e 17 villini dalle fattezze inaspettate ispirate alla Natura.

Una mente geniale-Gino Coppedè, figlio di un ebanista (mestiere cui si rifà per l’ideazione delle sue ornate creazioni) viene chiamato nell’Urbe per assolvere all’esigenza abitativa tra i Parioli e i nascenti quartieri della zona Salario-Trieste. È il 1913 ca. e l’edilizia capitolina è tutta rivolta alla possenza dei volumi, spesso a danno dell’equilibrio formale delle stesse costruzioni. L’architetto rifugge però tali tendenze, agevolato in ciò dal fatto che opera per una committenza privata.

Coppedè 2
Veduta del quartiere Coppedè

Pur tuttavia, nell’esecuzione dei suoi progetti, egli non può ignorare che in una città come Roma, frutto di numerosissime stratificazioni urbane, il nuovo debba necessariamente raccordarsi all’antico secondo i criteri di uniformità e integrazione. Ecco dunque susseguirsi, secondo uno stile eclettico che si avvale di torrette, logge, balconcini, modanature, edicole e mascheroni, molteplici richiami alla tradizione italica e romana.

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A passeggio tra gli edifici

L’itinerario all’interno del quartiere ricorda un viaggio iniziatico. Un arcone d’ingresso corredato da un lampadario in ferro battuto congiunge i cosiddetti Palazzi degli Ambasciatori. Già da qui è visibile il fulcro del complesso, Piazza Mincio, in cui è collocata la Fontana delle Rane. Tutt’intorno ad essa si dispone una serie di costruzioni, ognuna con un proprio corpus simbolico. Tra queste, il Palazzo del Ragno, di ispirazione assiro-babilonese. L’abitazione è così denominata per via del mosaico sopra il portone d’ingresso, che rappresenta appunto l’insetto, simbolo di operosità e metaforico rimando all’impresa di Coppedè. Lo fronteggia il palazzo dalle linee arabeggianti echeggiante la sceneggiatura del film “Cabiria” (al quale collabora anche D’Annunzio). Più avanti svetta invece il Casino delle Fate, una combinazione di stili gotico, liberty, art dèco, barocco e medievale. Esso spicca per la sua asimmetria e per la felice orchestrazione dei differenti materiali che lo compongono.

La struttura è, in realtà, un insieme di tre dimore con ingressi rispettivamente su via Aterno, via Brenta e piazza Mincio. La prima di queste ha un apparato decorativo che omaggia Firenze: attorno ad una quadrifora si riconoscono infatti la raffigurazione della Curia di Santa Maria del Fiore e le fisionomie di Dante Alighieri e Francesco Petrarca; a destra dell’apertura, inoltre, sono rappresentati il Palazzo della Signoria e la cupola del duomo fiorentino, accompagnati dall’epigrafe:”Fiorenza bella”. Il secondo edificio ha invece dei rimandi a Venezia, come testimoniato dal leone di San Marco che affronta un veliero. Infine, il terzo onora Roma con l’immagine, sul parapetto di un balconcino, di Romolo e Remo allattati dalla mitologica lupa.

Coppedè
Veduta del quartiere Coppedè

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Nella cultura popolare

Per il suo carattere di eccezionalità, il luogo in questione è stato spesso scelto come location per scene di alcuni lungometraggi. I più famosi sono sicuramente “L’uccello dalle piume di cristallo” e “Inferno”, di Dario Argento. Per giunta, esso è stato il set di alcuni scatti per la campagna pre-fall 2018 della maison Gucci.

Come arrivare

Dalla Stazione Roma Termini, prendere la linea 38 con direzione Porta di Roma. Dopo 8 fermate, scendere a Trieste/Trento e percorrere 450 metri a piedi fino a Piazza Mincio.

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