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Cinque grandi film di David Lynch tra incubi e psiche

Celebriamo la poetica cinematografica del surreale con cinque grandi film di David Lynch che hanno saputo violentemente trasportare i suoi spettatori nell’ignoto della psiche, nell’intimità dell’incubo. Un cinema che indaga il buio della mente attraverso il delirio dell’immagine.

Celebriamo la poetica cinematografica del surreale con cinque grandi film di David Lynch che hanno saputo violentemente trasportare i suoi spettatori nell’ignoto della psiche, nell’intimità dell’incubo. Un cinema che indaga il buio della mente attraverso il delirio dell’immagine.

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Velluto blu (1986) con Kyle MacLachlan, Sandy Williams, Isabella Rossellini e Dennis Hooper

Il colore dei fiori del recinto di una tipica casa borghese americana fingono di dichiarare l’armonia del cielo. Tuttavia non passerà molto tempo per intuire che quella morbida e profumata perfezione costituirà la cornice di un quadro la cui essenza respira le tonalità più buie e caotiche della degenerazione umana; il caos dell’esistenza nella sua forma più grottescamente perversa. Jeffrey (Kyle MacLachan), un giovane ragazzo intraprendente attirato profondamente dal mistero, compierà con l’aiuto della sua giovane amata Laura Dern (Sandy Williams) una pericolosa indagine.

Il suo cammino investigativo tuttavia prenderà pieghe inaspettate tali da svelare alla sua anima i veri misteri che la abitano, quelli del desiderio. La bellissima Dorothy (Isabella Rossellini) , infatti, vittima della violenza del maniaco Frank (Dennis Hopper), giocherà il suo ruolo mistificando la perversione con la debolezza al punto da sedurre e macchiare anche l’animo del giovane investigatore. Nel finale l’apparenza illusoria dell’equilibrio torna ad abitare la scena insieme al colore dei fiori, ma lo spettatore ormai ha visto il quadro.

Strade perdute (1996) con Bill Pullman, Patricia Arquette, Balthazar Getty, Robert Blake

Strade perdute (1996) con Bill Pullman, Patricia Arquette, Balthazar Getty, Robert Blake

Nell’intimità dell’incubo la ragione e la logica disobbediscono alle regole della realtà. La dimensione dell’invisibile prende cosi forma e lo fa attraverso l’occhio meccanico della macchina da presa, quella di Lynch. Strade perdute costituisce quindi la realizzazione di quella oscura visione che getta lo sguardo nel profondo del delirio, lì dove la vita partecipa della morte e l’identità dell’indefinito. Come nella dimensione onirica il tempo e lo spazio interagiscono privi di ogni regola, liberi di appartenere al profondo sconosciuto che abita la mente. Lynch rivendica quindi questa libertà e lo fa violando qualsiasi principio regolatore. Così che nel vortice dell’incomprensibile lo spettatore non ha altra strada che quella della perdizione. Un’esperienza visionaria violenta dettata dalle sonorità gotiche e aggressive delle musiche di Marylin Manson e dei Ramnstein; capace quindi di fondere l’incubo con il desiderio erotico, l’anima con la buia angoscia profonda del perturbante.

Mulholland Drive (2002) con Naomi Watts, Laura Harring, Justin Theroux

Il mistero non smette di affacciarsi sulla realtà portando con sé l’ignoto, la materia dei sogni. Muluolkland…, La famosa strada che attraversa le suggestionanti colline di Hollywood è un omaggio diretto al cinema cosi come, analizzandone i contenuti latenti, lo è il film stesso. Infatti qui lo spettatore, inconsapevole del suo ruolo e dei meccanismi inconsci di proiezione e di identificazione attivati nell’esperienza cinematografia, troverà nel film lo specchio della sua rappresentazione. Così come noi che assistiamo alla proiezione anche la protagonista partecipa del fenomeno identificativo. Lo sguardo del soggetto osservante trasforma infatti la propria identità nell’oggetto dell’osservazione, la donna è betty ma anche Diana. Il procedimento filmico costituisce allora il motore dell’illusione, dove il sogno incontra la veglia, l’io incontra l’altro, il cinema la realtà.

Fuoco cammina con me (1992) con David Bowie, Sheryl Lee, Harry Dean Stanton e Moira Kelly

Fuoco cammina con me (1992) con David Bowie, Sheryl Lee, Harry Dean Stanton e Moira Kelly

Prequel della fortunata serie Twin Peaks, Lynch mette in scena la brutale ed orrifica morte di Laura Palmer. Nella ridente città americana Twin Peaks gli eventi nella ridondanza della loro natura estrema e maledetta scorrono inosservati come appunto un incubo, visibili solo a chi li vive. La trama priva di ogni legame con la dimensione logica del reale, motivo di grandi critiche all’uscita del film, compie una funzione ben precisa: mette in scena la purezza dell’irrazionale sul palco della visionarietà. Un’immersione nell’atrocità del vuoto che non lascia spazio al senso, ma lo trasforma in atto, in immagine, in tremenda visione. Il tessuto filmico è ricco di quella forza espressiva quindi che costituisce il senso stesso dell’opera, la sua delirante metafisica identità.

Inland empire (2002) con Laura Dern, Justin Theroux e Grace Zabriskie

Il cammino della conoscenza nel profondo della psiche umana che Lynch compie attraverso la sua poetica giunge ora al risultato più ignoto ed intellegibile di tutta la sua produzione. L’oblio dell’essere, il vuoto accecante del significato, la negazione totale del senso, offrono ora libero spazio creativo all’immaginazione delirante di Lynch. Qui infatti i soggetti rappresentano il frammento deformato dell’esistenza e quindi dell’individuo. La continua sovrimpressione delle immagini si fonde con quella del pensiero e dell’identità in un’infinita stratificazione di infernale caos. Il film realizza un progetto preciso, quello di allontanarsi dal principio dell’esistenza al fine di mostrarci dialetticamente il suo opposto. Ecco quindi come l’estrema sperimentazione, riconducibile alla necessità di dare vita e corpo ai meccanismi inconsci e misteriosi della mente, giungi ad un nuovo risultato: quello di renderli sconvolgenti e impenetrabili.

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