Dom. Ott 4th, 2026

San Francesco nell’arte, le opere più belle a 800 anni dalla sua morte

San Francesco nell’arte, le opere più belle a 800 anni dalla sua morte
San Francesco nell’arte, le opere più belle a 800 anni dalla sua morte

Nel 2026 ricorrono gli 800 anni dalla morte di San Francesco d’Assisi, avvenuta il 3 ottobre 1226. Nel giorno della sua festa, il 4 ottobre, il racconto del Poverello passa anche attraverso le opere che ne hanno costruito l’immagine nei secoli, da Berlinghieri e Cimabue a Giotto, Barocci e Caravaggio

Sono trascorsi 800 anni dalla morte di San Francesco d’Assisi. Il Poverello morì il 3 ottobre 1226 nei pressi della Porziuncola, ad Assisi, e il 4 ottobre, giorno della sua festa, l’anniversario assume nel 2026 un significato particolare: è l’anno dell’ottavo centenario del Transito di San Francesco.

Una ricorrenza che permette di rileggere anche la fortuna della sua immagine nella storia dell’arte. A pochissimi anni dalla morte, Francesco entra infatti nella pittura e diventa uno dei soggetti più riconoscibili dell’iconografia occidentale. Cambiano le epoche e i linguaggi, ma restano alcuni elementi essenziali: il saio, le stimmate, la povertà, il rapporto con la natura, la meditazione e l’esperienza mistica.

Berlinghieri e una delle immagini più antiche

Una delle testimonianze pittoriche più antiche dedicate a San Francesco è la tavola realizzata da Bonaventura Berlinghieri nel 1235, appena nove anni dopo la morte del santo.

Conservata nella chiesa di San Francesco a Pescia, l’opera presenta Francesco al centro, affiancato da sei scene che raccontano episodi della sua vita e dei suoi miracoli. Il santo indossa il saio, regge un libro e mostra le stimmate alle mani e ai piedi.

È un’immagine ancora profondamente legata alla tradizione bizantina, soprattutto nella frontalità della figura principale, mentre le piccole scene laterali introducono una dimensione narrativa più vivace. A meno di un decennio dalla morte, la pittura aveva già iniziato a trasformare la vicenda di Francesco in un racconto destinato alla memoria collettiva.

Cimabue e il volto del Poverello

Ad Assisi, nella Basilica inferiore di San Francesco, si trova un’altra immagine fondamentale: la Madonna in trono col Bambino, angeli e San Francesco di Cimabue, conosciuta anche come Maestà di Assisi.

Francesco appare in piedi accanto alla Vergine, con il saio e i piedi scalzi. L’importanza dell’affresco risiede anche nella fisionomia del santo: quella dipinta da Cimabue è considerata tra le raffigurazioni più antiche e attendibili del suo volto.

Non un santo idealizzato e distante, quindi, ma una figura dalla forte presenza fisica. Il volto magro, la barba rada e i tratti marcati contribuiscono a fissare un’immagine di Francesco destinata a entrare profondamente nell’immaginario occidentale.

Giotto e le 28 storie di San Francesco

È nella Basilica superiore di Assisi che la vita del santo assume le dimensioni di un grande racconto per immagini. Il registro inferiore della navata ospita infatti il celebre ciclo delle 28 Storie di San Francesco, tradizionalmente attribuito a Giotto e alla sua scuola e realizzato negli ultimi anni del Duecento.

L’attribuzione del ciclo rimane oggetto di dibattito tra gli studiosi: accanto alla tradizionale assegnazione a Giotto, una parte della critica ha sostenuto l’intervento di maestri della scuola romana. Resta però centrale l’importanza di queste immagini nella costruzione visiva della biografia francescana.

Gli affreschi trasformano gli episodi della vita del santo in scene popolate da uomini, edifici, paesaggi e gesti concreti. Tra le più note c’è la Predica agli uccelli, immagine divenuta nel tempo uno dei simboli del rapporto tra Francesco e il mondo naturale.

Le stimmate di Francesco secondo Barocci

Più di tre secoli dopo, Federico Barocci torna a uno dei momenti centrali della vita del santo con Le stimmate di San Francesco, dipinto realizzato nel 1594-1595 e oggi conservato nella Galleria Nazionale delle Marche, a Palazzo Ducale di Urbino.

L’opera fu commissionata dal duca Francesco Maria II della Rovere per la chiesa dei Cappuccini di Urbino. Il soggetto è l’episodio delle stimmate, ricevute da Francesco alla Verna nel 1224.

Barocci costruisce la scena attraverso luce, colore e paesaggio, concentrandosi sull’esperienza mistica del santo. Francesco non è più soltanto il protagonista di un racconto biografico: diventa il centro emotivo di una rappresentazione nella quale la dimensione spirituale coinvolge l’intero spazio pittorico.

Caravaggio e il silenzio della meditazione

Con Caravaggio la figura di Francesco entra in una dimensione ancora diversa. Nel San Francesco in meditazione, databile ai primi anni del Seicento, il santo è rappresentato da solo, immerso nel buio, con un teschio tra le mani.

Il dipinto proveniente dalla chiesa di San Pietro a Carpineto Romano, oggi conservato alle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Palazzo Barberini a Roma, concentra la scena su pochissimi elementi. La luce fa emergere il volto, le mani e il saio, mentre tutto il resto scompare nell’ombra.

Non c’è un episodio da raccontare né una folla ad accompagnare Francesco. Il tema è quello della meditazione sulla morte e sulla fragilità dell’esistenza. A quasi quattro secoli dalla scomparsa del santo, Caravaggio ne riduce l’immagine all’essenziale e ne fa una presenza silenziosa, fisica e profondamente umana.

Orazio Gentileschi e il Francesco in estasi

La lezione caravaggesca attraversa anche l’opera di Orazio Gentileschi, che affronta il soggetto francescano nel San Francesco sorretto da un angelo, conosciuto anche attraverso il tema del santo in estasi.

Nella pittura di Gentileschi il racconto religioso passa attraverso una forte attenzione alla realtà dei corpi, alla luce e alla concretezza delle figure. Francesco è colto nel momento dell’abbandono mistico, sostenuto dall’angelo, in un’immagine che mette in relazione esperienza spirituale e presenza fisica.

È un ulteriore passaggio nell’evoluzione dell’iconografia francescana: il santo medievale raccontato attraverso episodi e miracoli diventa, nella pittura del Seicento, protagonista di un’esperienza soprattutto interiore.

Otto secoli di Francesco nell’arte

Dal 1235 di Berlinghieri alla pittura seicentesca di Caravaggio e Gentileschi, San Francesco attraversa secoli di storia dell’arte senza perdere la propria riconoscibilità.

Cambiano però radicalmente gli strumenti del racconto. Nelle prime tavole è necessario tramandarne la vita e fissarne l’immagine; con Cimabue emerge la ricerca di una fisionomia concreta; nel ciclo di Assisi la biografia diventa narrazione monumentale; con Barocci e i pittori del Seicento lo sguardo si sposta progressivamente verso l’estasi, la meditazione e l’interiorità.

Nel 2026, a ottocento anni dal Transito di San Francesco, quelle immagini permettono di osservare non soltanto come l’arte abbia raccontato uno dei santi più rappresentati della tradizione occidentale, ma anche come ogni epoca abbia trovato nel suo volto qualcosa di diverso da raccontare.

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