Dal Medioevo alla profezia dei Maya, fino al 13 novembre 2026: le date in cui è stata annunciata la fine del mondo, tra credenze religiose, previsioni scientifiche e paure collettive
La fine del mondo ha una nuova data: venerdì 13 novembre 2026. A riportarla al centro dell’attenzione è uno studio scientifico pubblicato nel 1960, nel quale tre ricercatori avevano individuato proprio quel giorno come un punto critico per la crescita della popolazione mondiale. Una previsione matematica che, a distanza di oltre sessant’anni, è tornata a circolare sul web, alimentando curiosità e interrogativi.
Ma quella del 2026 è soltanto l’ultima di una lunga serie di date associate alla presunta fine dell’umanità. Nel corso dei secoli, predicatori, movimenti religiosi e interpreti di antichi calendari hanno annunciato eventi apocalittici, indicando anni e persino giorni precisi. Dal Medioevo al passaggio delle comete, dal Millennium Bug alla celebre profezia dei Maya, il mondo avrebbe già dovuto finire numerose volte. E ogni volta la storia è proseguita.
L’anno 1000 e la leggenda della paura dell’Apocalisse
Una delle date più celebri nell’immaginario apocalittico occidentale è l’anno 1000. Il passaggio al nuovo millennio è stato a lungo raccontato come un periodo dominato dal terrore della fine del mondo, tra aspettative religiose e timori legati al Giudizio universale.
La ricostruzione storica è però più complessa. Non esistono prove di un panico generalizzato che avrebbe coinvolto l’intera Europa. Alcuni ambienti cristiani coltivavano aspettative legate alla fine dei tempi, ma l’immagine di popolazioni terrorizzate allo scoccare dell’anno Mille è stata soprattutto alimentata dalle interpretazioni dei secoli successivi.
La cosiddetta leggenda dei terrori dell’anno Mille è quindi un esempio di come la memoria storica possa trasformare aspettative religiose circoscritte in un racconto collettivo molto più ampio.
1844, la Grande Delusione di William Miller
Tra le previsioni apocalittiche meglio documentate figura quella legata al predicatore americano William Miller, convinto che il ritorno di Cristo fosse imminente.
Il movimento religioso nato intorno alle sue interpretazioni bibliche individuò inizialmente un periodo compreso tra il 1843 e il 1844 come momento decisivo. Successivamente, l’attesa si concentrò sul 22 ottobre 1844, data nella quale numerosi seguaci si aspettavano il ritorno di Cristo.
Quando il giorno trascorse senza che l’evento annunciato si verificasse, il movimento attraversò una profonda crisi. L’episodio passò alla storia con il nome di Grande Delusione, diventando uno dei casi più conosciuti di aspettativa apocalittica disattesa.
La vicenda ebbe conseguenze anche sul piano religioso, contribuendo alla successiva evoluzione di diversi gruppi dell’ambiente avventista.
1910, la cometa di Halley e il timore dei gas velenosi
Non tutte le paure della fine del mondo sono nate dalla religione. Nel 1910 fu un fenomeno astronomico a provocare allarme: il ritorno della cometa di Halley.
L’attenzione si concentrò sulla possibilità che la Terra attraversasse la coda della cometa, nella quale era stata rilevata la presenza di cianogeno, un gas tossico. La notizia alimentò timori sulla possibile contaminazione dell’atmosfera terrestre, nonostante le quantità e le condizioni del fenomeno non giustificassero scenari di distruzione globale.
Il 18 e 19 maggio 1910, giorni associati al passaggio della cometa, divennero così il centro di una diffusa attenzione pubblica. Il fenomeno astronomico non provocò alcuna catastrofe.
L’episodio rimane significativo perché mostra come una scoperta scientifica reale possa essere accompagnata da interpretazioni allarmistiche, capaci di trasformare un evento naturale in una presunta minaccia per l’umanità.
Il 2000 e il Millennium Bug: quando la minaccia arrivò dai computer
Con l’avvicinarsi del 1° gennaio 2000, le preoccupazioni cambiarono natura. Al posto di profezie religiose e fenomeni celesti comparvero i sistemi informatici.
Il cosiddetto Millennium Bug, conosciuto anche come Y2K, riguardava il rischio che alcuni programmi, progettati per registrare gli anni utilizzando soltanto due cifre, interpretassero erroneamente il passaggio dal 1999 al 2000.
I possibili malfunzionamenti interessavano settori importanti, dalle banche ai trasporti, fino ai servizi pubblici e alle infrastrutture. Il problema tecnico era concreto, ma nel dibattito pubblico si diffusero anche scenari estremi, legati alla possibilità di un collasso dei sistemi tecnologici.
Governi, aziende e organizzazioni investirono risorse considerevoli per aggiornare i programmi e prevenire eventuali guasti. Il passaggio al nuovo millennio avvenne senza il disastro globale temuto, anche grazie agli interventi realizzati negli anni precedenti.
A differenza delle profezie religiose, il Millennium Bug non rappresentava una previsione della fine del pianeta, ma il timore di una crisi tecnologica su vasta scala.
21 dicembre 2012, la profezia dei Maya che conquistò il mondo
Tra tutte le presunte date dell’Apocalisse, il 21 dicembre 2012 è una delle più conosciute dell’epoca contemporanea.
Al centro della vicenda c’era il calendario Maya, in particolare la conclusione di un importante ciclo del cosiddetto Lungo Computo, un sistema utilizzato dall’antica civiltà mesoamericana per misurare periodi temporali molto estesi.
La conclusione di quel ciclo venne interpretata da alcune teorie moderne come l’annuncio della distruzione del pianeta. Si diffusero racconti su collisioni con corpi celesti, inversioni dei poli magnetici, allineamenti planetari e catastrofi naturali.
In realtà, la conclusione di un ciclo del calendario Maya non indicava la fine del mondo. Non esistono testimonianze storiche attendibili che dimostrino come gli antichi Maya avessero previsto la distruzione della Terra in quella data.
La profezia ebbe comunque un’enorme diffusione mediatica, alimentata da documentari, pubblicazioni, programmi televisivi e contenuti online.
Anche il cinema contribuì a rendere familiare quello scenario. Il film 2012, diretto da Roland Emmerich e uscito nel 2009, trasformò l’immaginario apocalittico in uno spettacolo cinematografico fatto di terremoti, tsunami e distruzioni su scala planetaria.
Il 21 dicembre 2012 trascorse senza alcuna catastrofe, ma il caso rimase uno degli esempi più evidenti di come una previsione priva di fondamento scientifico possa trasformarsi in un fenomeno culturale globale.
13 novembre 2026, la fine del mondo prevista da un modello matematico
L’ultima data tornata a circolare è venerdì 13 novembre 2026, associata al lavoro del fisico e studioso di cibernetica Heinz von Foerster.
La vicenda risale al 4 novembre 1960, quando la rivista scientifica Science pubblicò lo studio Doomsday: Friday, 13 November, A.D. 2026, firmato da von Foerster insieme a Patricia M. Mora e Lawrence W. Amiot.
I ricercatori avevano analizzato l’andamento della popolazione mondiale, elaborando un modello matematico che descriveva una crescita sempre più accelerata. Proiettando nel futuro quella tendenza, il modello individuava nel 13 novembre 2026 una singolarità matematica: la popolazione avrebbe teoricamente raggiunto un valore infinito, se avesse continuato a crescere secondo l’andamento osservato nei secoli precedenti.
Non si trattava, però, della previsione di un’esplosione del pianeta o di una catastrofe astronomica. Il risultato derivava da una proiezione matematica basata sull’ipotesi che le tendenze demografiche del passato proseguissero senza modificarsi.
Nei decenni successivi, la crescita della popolazione mondiale ha seguito un andamento diverso da quello previsto dal modello. Il rallentamento dei tassi di crescita demografica ha infatti reso evidente il limite di una proiezione costruita sull’accelerazione continua della popolazione.
Il 13 novembre 2026 non rappresenta quindi una data scientificamente attendibile per la fine dell’umanità. È il risultato di un modello storico che, estrapolato dal proprio contesto, è stato trasformato in una nuova previsione apocalittica.
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Di origini salentine, vivo e lavoro a Roma dal 2005. Ho imparato a leggere a 2-3 anni. Per scrivere ho dovuto aspettare i 4. Da allora non mi sono più fermato. La scrittura è la mia vita, la mia conoscenza, la mia memoria. Nonché il mio lavoro. Che mi aiuta a crescere ed imparare. Per non sentirmi mai arrivato, per essere sempre affamato di conoscenza.

