Maria Cristina Gionta dà voce alla storia di Bellezza Orsini, accusata di stregoneria nel 1528. Al Teatro Le Maschere di Roma, uno spettacolo intenso tra memoria storica, violenza sulle donne e pregiudizi che attraversano i secoli
Con Bellezza Orsini, andato in scena al Teatro Le Maschere di Roma dal 15 al 18 ottobre 2026, il teatro si confronta con una pagina dolorosa della storia italiana, trasformando una vicenda giudiziaria del Rinascimento in una riflessione di bruciante attualità. Lo spettacolo, interpretato magistralmente da Maria Cristina Gionta, con ideazione e regia di Adriano Evangelisti e musiche e suoni dal vivo di Emiliano Ottaviani, è liberamente tratto dal volume Bellezza Orsini. La costruzione di una strega dello storico Michele Di Sivo.
Bellezza Orsini, una donna processata per il suo sapere
È il 1528 quando Bellezza Orsini, legata alla nobile famiglia degli Orsini e conosciuta per le sue pratiche con le erbe, viene accusata di stregoneria. Il suo sapere, riconducibile anche a rimedi e pratiche guaritrici, diventa materia di sospetto. La donna viene sottoposta a processo e tortura nella Rocca di Fiano Romano, fino a una confessione che reca su di sé il segno della coercizione.
Il cuore drammatico della vicenda non risiede soltanto nell’accusa di aver stretto un patto con il diavolo. Risiede invece nel meccanismo che trasforma una persona in colpevole prima ancora che la sua voce possa essere ascoltata liberamente. La tortura non cerca una verità: la produce, piegando il corpo e la parola alle aspettative di chi detiene il potere.
È proprio in questa frattura che la storia di Bellezza assume una forza che supera il contesto storico. La sua vicenda ci costringe a domandarci quanto una confessione possa essere considerata attendibile quando viene estorta nella maniera più brutale e quanto, dietro la condanna di una donna, pesino il pregiudizio, il controllo sociale e il sospetto verso ciò che non si riesce a comprendere.
La memoria prende voce attraverso il dialetto sabino
Adriano Evangelisti sceglie una struttura narrativa fatta di frammenti, schegge biografiche e suggestioni, evitando di trasformare la vicenda in una ricostruzione storica rigidamente lineare. La parola teatrale si muove tra memoria, testimonianza e mistero. E lascia emergere le contraddizioni di una storia nella quale la verità non può essere separata dalle condizioni in cui viene raccontata.
La scelta del dialetto sabino medievale aggiunge alla narrazione una precisa identità sonora e territoriale. Non si tratta soltanto di ricreare un’epoca lontana, ma di restituire alla protagonista una lingua radicata nella sua terra, concreta e popolare, capace di opporsi alla distanza impersonale degli atti processuali.
Uno degli elementi più significativi del progetto è il riferimento al quaderno autografo di Bellezza Orsini, conservato presso l’Archivio di Stato di Roma insieme alle carte processuali. Una testimonianza preziosa, capace di restituire una voce individuale là dove il linguaggio giudiziario rischia di ridurre una vita a un insieme di accuse.
Maria Cristina Gionta: un’interpretazione intensa, accompagnata dalle musiche di Emiliano Ottaviani
La forza di Maria Cristina Gionta risiede nella capacità di affrontare un personaggio storico senza trasformarlo in una figura lontana, irrigidita nella solennità del dramma o confinata nell’immagine stereotipata della vittima. Bellezza è, prima di tutto, una donna in carne e ossa: possiede un sapere, una memoria, delle pulsioni sessuali, una dignità e una voce che il mondo intorno a lei tenta di piegare.
È proprio questa umanità a rendere tanto delicato quanto impegnativo il lavoro dell’interprete. Il rischio, davanti a una storia simile, sarebbe affidarsi a un’emotività esasperata, cercare l’effetto immediato, caricare ogni passaggio di una drammaticità assoluta. La cifra di Gionta è proprio la capacità di mantenere l’intensità senza scivolare nell’eccesso, conservando alla protagonista una credibilità umana prima ancora che teatrale.
A questa dimensione si affiancano le musiche e i suoni dal vivo di Emiliano Ottaviani, chiamati a dialogare con la materia narrativa e con la sua componente rituale e perturbante. In un racconto dominato dall’accusa e dalla paura, la musica diventa uno spazio emotivo fondamentale, riuscendo a esprimere ciò che le parole non riescono a raccontare.
Bellezza Orsini, una storia di violenza sulle donne ancora attuale
Bellezza Orsini si presenta come un progetto teatrale nel quale la memoria storica diventa materia civile. Il suo valore risiede nella possibilità di riaprire un processo che, pur appartenendo a un altro secolo, continua a parlarci dei rapporti tra potere e verità, tra conoscenza e paura, tra libertà individuale e condanna collettiva.
Al centro resta una donna la cui storia è arrivata fino a noi attraverso documenti segnati dalla prigionia e dalla violenza. La sfida della messinscena è restituire complessità a quella voce, perché la domanda decisiva, alla fine, non è se Bellezza fosse una strega, ma chi avesse il diritto di definirla tale e quale prezzo una donna fosse costretta a pagare per difendere il proprio sapere e la propria identità.
Una vicenda antica, dunque, ma tutt’altro che conclusa. Il racconto di Bellezza Orsini parla anche al nostro presente, in una società nella quale troppe donne continuano a subire il giudizio, il controllo e, non di rado, la violenza maschile. È qui che il teatro supera la ricostruzione storica e diventa una riflessione necessaria sulla libertà femminile, sul potere e sul diritto di ogni donna a essere ascoltata.
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Entra nel mondo dello spettacolo giovanissimo alternandosi nel ruolo di ballerino tra teatro cinema e tv. A 23 anni consegue la laurea al DAMS presso l’università Roma 3 ed inizia un percorso lavorativo nel settore televisivo avvicendandosi tra emittenti private minori (Tv Gold) e le principali reti nazionali (Rai e Mediaset) sviluppando esperienze a 360 gradi sia dietro le quinte che sul palco.

