Last Updated on 06/10/2026
Dal 6 ottobre 2026 all’11 aprile 2027, Palazzo Braschi ospita oltre 140 opere e materiali che ripercorrono la ricerca di Keith Haring, dalla New York degli anni Ottanta al suo legame con l’Italia
Dal 6 ottobre 2026 all’11 aprile 2027, il Museo di Roma a Palazzo Braschi dedica una grande mostra a Keith Haring, tra gli artisti che più hanno contribuito a trasformare il linguaggio della strada in un codice visivo riconoscibile in tutto il mondo. Curata da Kaoru Yanase, Ilaria Miarelli Mariani e Claudio Zambianchi, l’esposizione riunisce oltre 140 opere e materiali provenienti in gran parte dalla Nakamura Keith Haring Collection, affiancati da prestiti pubblici e privati.
Stampe, opere su carta, disegni, poster, sculture, Subway Drawings e pannelli dipinti a spray raccontano una produzione capace di attraversare arte, spazio pubblico, musica, politica e cultura popolare.
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Dalla metropolitana di New York alla strada
Prima delle gallerie c’erano un pannello pubblicitario vuoto e un pezzo di gesso bianco. A partire dal 1980, Haring utilizza gli spazi inutilizzati della metropolitana di New York per realizzare i suoi Subway Drawings, trasformando il tragitto quotidiano dei pendolari in un luogo di incontro con l’arte.
Accanto a questi lavori, la mostra presenta anche i pannelli dipinti a spray nel 1984 lungo la FDR Drive di Manhattan. È nella New York dell’hip-hop, della street art e dei club underground che prende forma il suo vocabolario grafico, fatto di linee nette, figure in movimento e simboli immediatamente riconoscibili.
Il legame con l’Italia
Il rapporto tra Keith Haring e l’Italia occupa una parte importante del percorso. Nel 1983 l’artista interviene nel flagship store Fiorucci di Milano e presenta alla Galleria Lucio Amelio di Napoli la sua prima personale italiana, Italia ’83.
Nel 1984 arriva a Roma per Arte di Frontiera. New York Graffiti al Palazzo delle Esposizioni, dove realizza in poche ore un murale sulla scalinata esterna, oggi perduto. Il legame con il Paese culmina nel 1989 con Tuttomondo a Pisa, ultima opera pubblica permanente dell’artista.
Tra gli oggetti in mostra compare anche una motocicletta Yamaha dipinta da Haring durante il soggiorno romano del 1984.
Un alfabeto visivo universale
Bambini radianti, cani, angeli, uomini alati e volti dai tre occhi diventano nel tempo un vero alfabeto. La serie Icons del 1990 raccoglie alcune delle figure più note del suo immaginario e mostra quanto il linguaggio di Haring fosse costruito per essere diretto, leggibile e aperto a interpretazioni diverse.
Dietro la semplicità apparente del segno si sviluppa una riflessione sulla possibilità di creare immagini capaci di attraversare lingue e culture.
Arte e impegno civile
La dimensione pubblica della sua opera è inseparabile dall’impegno politico e sociale. Antirazzismo, apartheid, disarmo nucleare, prevenzione dell’AIDS, diritti LGBTQ+, violenza e droga entrano direttamente nei poster e nei lavori realizzati negli anni Ottanta.
In mostra figurano opere come Free South Africa, Crack Down! e Safe Sex!, oltre ai poster realizzati per ACT-UP e per la AIDS Hotline. Haring ne produsse oltre cento nel corso della sua vita, utilizzando questo formato come strumento immediato e accessibile.
Il corpo, il desiderio, la vita
La sezione Radiant Eros – Celebrare la vita affronta il tema del corpo, della sessualità e del desiderio negli anni segnati dalla crisi dell’AIDS. Tra i lavori principali compaiono cinque Untitled del 1983, realizzati con pigmenti fluorescenti e colori Day-Glo, le tavole Bad Boys e il monumentale Untitled del 1984.
La celebrazione del corpo assume qui anche un significato sociale, in risposta a un clima attraversato da paura, censura e crescente conservatorismo.
La musica come parte del linguaggio
Nella ricerca di Haring, immagine e musica sono strettamente legate. I club della downtown newyorkese, tra cui Club 57 e Paradise Garage, diventano luoghi centrali nella sua formazione, punti di incontro tra artisti, DJ, musicisti, ballerini e performer.
Haring realizza manifesti, scenografie e copertine di dischi, traducendo nel segno il ritmo della musica e della danza. In occasione dell’opening, il cortile di Palazzo Braschi ospita anche un DJ set di Corrado Rizza, ispirato alle atmosfere del Paradise Garage.
Tra simboli e spiritualità
Croci, serpenti, angeli e piramidi introducono una dimensione più simbolica e spirituale. Haring guarda all’arte africana, precolombiana e azteca, ma anche all’iconografia cristiana incontrata durante i soggiorni italiani.
Il percorso conduce così ad Apocalypse e Altarpiece: The Life of Christ. Nel 1988, anno della diagnosi di sieropositività, Haring realizza le 22 litografie di Apocalypse in dialogo con lo scrittore William S. Burroughs. Due anni dopo lavora a Altarpiece: The Life of Christ, affrontando attraverso la forma della pala d’altare temi come sofferenza, fede e trascendenza.
L’arte è per tutti
La mostra si chiude attorno all’idea che accompagna tutta la produzione di Keith Haring: rendere l’arte accessibile. Dai disegni nella metropolitana ai murales, dai poster agli interventi negli ospedali e nelle biblioteche, il suo lavoro cerca costantemente di uscire dai luoghi riservati a pochi.
A Palazzo Braschi, questa visione emerge come il filo conduttore dell’intero percorso: non soltanto uno stile entrato nell’immaginario collettivo, ma una precisa idea dello spazio pubblico e del ruolo dell’artista. L’arte è per tutti.
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Di origini salentine, vivo e lavoro a Roma dal 2005. Ho imparato a leggere a 2-3 anni. Per scrivere ho dovuto aspettare i 4. Da allora non mi sono più fermato. La scrittura è la mia vita, la mia conoscenza, la mia memoria. Nonché il mio lavoro. Che mi aiuta a crescere ed imparare. Per non sentirmi mai arrivato, per essere sempre affamato di conoscenza.

