La fine del MACRO: muore l’arte contemporanea a Roma

Il Museo d’Arte Contemporanea di Roma (per gli amici Macro) non è mai stato un museo né una fondazione: lo era nelle nostre teste, nelle nostre parole, nelle nostre emozioni. Lo era per chi ama l’arte contemporanea, lo era per chi ha gustato le mostre e le collezioni (tra alti e bassi) che qui si sono alternate. Era un museo per noi, ma non lo era da un punto di vista burocratico e amministrativo. Non lo è mai stato. Ed oggi uno dei maggiori centri propulsori di cultura in Italia (e, ve ne parlerò, anche in Europa) sta per morire. Nel peggiore dei modi. Non verrà abbattuto, non preoccupatevi. Ma perderà la sua connotazione attuale. Sino a diventare una “location per eventi”. Già. A questo punto l’ipotesi “abbattimento” sarebbe quasi da rimpiangere. “Questioni economiche”, chiosano dal Comune alle prese con il deficit di 867 milioni di euro, per giustificare il tiramolla di promesse dopo la chiusura del contratto dell’ex direttore Bartolomeo Pietromarchi, non riconfermato. Un uomo che, classe 1968, laureato con lode in Storia dell’arte Contemporanea, ex Direttore della Fondazione Adriano Olivetti, curatore del Padiglione Italia della Biennale di Venezia, ha riportato ottimi risultati anche a livello di biglietti staccati.

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IERI: Nel settore dell’arte contemporanea è il primo museo italiano, secondo la classifica pubblicata da Il Giornale dell’Arte e The Art Newspaper: 300mila visitatori (50mila in meno rispetto all’anno precedente), seguito dal suo odi-et-amo Maxxi. Non male, se si considera il notevole calo/crollo turistico che hanno attraversato le attività museali negli ultimi mesi, con cali che hanno raggiunto anche il -40% in altre parti d’Italia. Numeri che, ripetendo un’espressione che in un settore come l’arte non dovrebbe mai conoscere, “in tempi di crisi” sono da considerarsi in ogni modo miniera di oro. Se vogliamo considerarne solo il lato economico. La collezione del MACRO, nelle sue sedi in via Nizza e Testaccio, comprende circa 600 pezzi, ed è costituita principalmente da opere della seconda metà del XX secolo di artisti italiani come Carla Accardi, Antonio Sanfilippo, Achille Perilli, Piero Dorazio, Leoncillo and Ettore Colla, Mario Ceroli e Pino Pascali, Tano Festa, Mario Schifano, Titina Maselli e Mimmo Rotella. Ma da qui sono passati anche Giovanni Albanese, Andrea Aquilanti, Gianni Asdrubali, Domenico Bianchi, Bruno Ceccobelli, Sarah Ciracì, Enzo Cucchi, Fabrice de Nola, Gianni Dessì, Daniele Galliano, Federico Guida, Felice Levini, Fabio Mauri, Luigi Ontani, Cristiano Pintaldi, Piero Pizzi Cannella, Gioacchino Pontrelli, Bernardo Siciliano, Sissi, Marco Tirelli.

OGGI: l’attuale funzionario ad interim è Alberta Campitelli, storica dell’architettura ed esperta di Ville, Giardini e Parchi storici. Persona colta, preparata, ma la cui preparazione ha ben poco a che fare con un Museononmuseo come il Macro. E lei deve “giustamente” interessarsi anche a tante altre spinose questioni e settori. Da Flavia Barca, assessore alla Cultura di Roma, ancora monosillabi e risposte imbarazzanti. A cui si aggiungono anche l’attuale incompetenza e scandalosa indifferenza dinanzi ad una bellissima mostra come Digital Life 2013 organizzata dal Festival Romaeuropa al Macro Testaccio e danneggiata da ripetuti atti di vandalismo dai visitatori per mancanza di personale. E su Zetema, società partecipata al 100% da Roma Capitale, con circa mille dipendenti, di cui il 70% impiegati e con un titolo di studio superiore, sarebbe opportuno stendere un velo di ignoratio et pietas. Dopotutto parliamo di un grosso calderone qual di gente che non ha mai avuto nulla a che fare con l’arte e con la passione per essa. Nonostante il massimo rispetto ed affetto che nutro nei confronti di alcuni dipendenti che, ho avuto modo di constatare quelli di Palazzo Braschi, lavorano con dedizione, impegno e, soprattutto, col sorriso. Sono gli “altri”, quelli che dispongono dalle loro scrivanie, il reale problema di questo gruppo. E al Presidente di Zetema Francesco Marcolini qualche domanda la porrei personalmente. Spero ne avrò modo, prima o poi. Partendo dal classico “uozzart4u”.

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DOMANI: Una location per eventi. E’ questo il destino del Macro. Roba da prendere l’attuale amministrazione e chiedere loro ogni singolo euro che i contribuenti italiani e romani hanno versato per veder crescere l’arte italiana. E si è dimostrato vano, ahimè, anche lo sforzo, intellettuale ed economico, di Beatrice Bulgari, presidente dei MacroAmici, che ha lanciato una petizione per garantire un futuro al Macro: «Se l’assessore e il sindaco non faranno un passo indietro se ne assumeranno tutte le responsabilità, soprattutto a livello economico». Dopotutto la sua associazione, solo nel 2013, ha fatto investimenti per circa 150mila euro, di cui 45 per l’acquisto di nuove opere per la collezione permanente. Beatrice, che negli ultimi due anni ha avuto un gran daffare nella gestione dei rapporti pubblici e mediatici per la gestione di queste scomode mura, con i suoi eventi sempre eleganti, artisticamente pregnanti ed esclusivi, potrebbe giustamente mollare la corda. E lasciare che la Barca (pessimo gioco di parole) percorra il suo triste destino. Un sontuoso progetto che è costato finora almeno 20 milioni di euro. Presi e buttati avete capito dove. Perché, si sa, in Italia la lungimiranza è una parola che non esiste.

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Il canto del cigno del Macro suona ormai le sue ultime note. Se avete ancora fiducia nel futuro artistico e culturale di Roma e dell’Italia, fate sentire la vostra voce. Forse, chissà, siamo ancora in tempo. Un po’ di responsabilità civile per quel che è il bene comune del Belpaese, infatti, non farebbe male. Senza ipocrisie.

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