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Sediments, after memory: la modernità liquida in mostra al Mattatoio di Roma

Dal 30 giugno al 4 settembre, al Mattatoio di Roma, Sediments. After memory”, con le opere di Victor Fotso Nyie, Muna Mussie, Las Nietas de Nonó e Christian Offman. La mostra indaga  quattro segni distintivi della modernità liquida: le rivoluzioni  ostacolate, le soggettività postcoloniali, il consumismo vuoto  e la cittadinanza precaria

Si apre oggi al Mattatoio di Roma, sino al 4 settembre, “Sediments. After memory”, con le opere di Victor Fotso Nyie, Muna Mussie, Las Nietas de Nonó e Christian Offman. La mostra indaga  quattro segni distintivi della modernità liquida: le rivoluzioni  ostacolate, le soggettività postcoloniali, il consumismo vuoto  e la cittadinanza precaria.

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Zygmunt Bauman e la “modernità liquida”

La costante mobilità e i rapidi cambiamenti nelle relazioni, nell’identità, negli equilibri globali e nella vita quotidiana  sono ormai inequivocabilmente parte della nostra esistenza.  La realtà sembra incapace di mantenere a lungo una direzione. I cambiamenti drastici, che ci preparano a ciò che è provvisorio piuttosto che al permanente, sono sempre imminenti.  Più di due decadi fa, il sociologo Zygmunt Bauman ha coniato il termine “modernità liquida” per descrivere il nostro presente inquieto. Bauman rifiutava l’idea che ci trovassimo in  un’epoca postmoderna, sostenendo invece che la modernità  fosse ancora intatta e che, nella sua manifestazione contemporanea o “liquida”, il cambiamento fosse l’unico elemento  permanente e l’incertezza l’unica certezza.

Le opere in mostra

Nella vita di oggi, due decenni dopo, si segue il flusso o si  rischia di annegare. Eppure, sotto la superficie liquida, ci sono  cose che indugiano nella controcorrente, mentre altre ancora, scendendo a fondo, si affinano per sedimentazione. Se  le correnti cambiano e avanzano costantemente, i sedimenti  restano come testimonianza della turbolenza. Mettendo in discussione il cliché di Jean-Baptiste A. Karr  (”più le cose cambiano, più rimangono identiche”) nelle  nostre realtà ipermoderne, questa mostra agita la distin zione tra mostre personali e collettive, avvicinando tra loro  le opere di diversə artistə come capitoli tematici o episodi  di un intero.

La mostra offre molteplici prospettive che collegano il Camerun, l’Eritrea, l’Italia, Porto Rico e il Ruanda nell’attenta esplorazione delle questioni socio-politiche ed estetiche attinenti. SEDIMENTS. After Memory è un’indagine filtrata attraverso le diverse pratiche artistiche di Victor Fot so Nyie (Identitàsospese), Muna Mussie (ጎዳናቦሎኛ | اینولوب  عراش | Bologna St. 173, Riverberi (Roma), Las Nietas de Nonó  (Foodtopia: después de todo territorio) e Christian Offman  (Barocco). Trovandoci in un’altra fase turbolenta della storia  moderna che sta apportando un cambiamento fondamenta le nell’ipermoderno (dis)ordine del mondo, siamo portatə a  chiederci: cosa resterà?

Victor Fotso Nyie

Le sculture di Victor Fotso Nyie rielaborano la percezione  contemporanea delle forme scultoree africane. Mosso dalla  diffusione globale e commerciale di maschere africane stilizzate, le sculture di Fotso Nyie riprendono le fattezze del  corpo Nero, simboleggiando però l’alienazione delle soggettività africane contemporanee attraverso l’uso di inflessioni surrealiste e speculative. Superando i dibattiti in corso relativi alla restituzione della cultura materiale africana,  Identità Sospese è allo stesso tempo un intervento estetico  e materiale che abbraccia sia un nuovo linguaggio artistico,  che la riabilitazione e la riparazione di una tradizione scultorea che ha un lungo corso in molti paesi africani, compreso  il Camerun, paese di origine dell’artista. Fotso Nyie utilizza abilmente un formalismo specifico che  funge da archivio di forze ed energie soprannaturali. In questa mostra, le sculture possono apparire familiari per il loro  iperrealismo, ma anche alienanti, con i loro tratti fittizi.

Le Identità sospese di Nyie, tra maschere e simboli

Per  l’artista, Identità sospese riflette sull’alienazione delle identità  africane contemporanee, esemplificata dal perpetuo anatema della restituzione della cultura materiale africana saccheggiata durante il colonialismo. Tuttavia, come dimostrano gli esempi più recenti, la semplice restituzione di alcuni oggetti non ripara la connessione distrutta con quei riferimenti epistemologici in cui sono radicate le pratiche scultoree africane. Fotso Nyie risponde a questa sfida creando  testimonianze scultoree che sono contemporanee, pur attingendo e portando avanti forme figurative della tradizione  africana.

Muna Mussie     

In የቦሎኛጎዳና | اینولوب عراش | Bologna St. 173 (Riverberi Roma) Muna Mussie rievoca i Congressi Festival Eritrei che, tra il 1974 e il 1991, hanno radunato a Bologna migliaia di eritreз, provenienti da tutto il mondo, a sostegno della lotta per l’indipendenza eritrea. Il lavoro di Mussie è un’immersione nell’iconografia della lotta, solo per ossessionarla con il presente. Il pugno alzato e il braccio teso, il sole sempre presente — quel semicerchio di arcobaleno nascente, simbolo sempre splendente di un’alba in ascesa, è reso fluorescente con una sensibilità che sa di contemporaneità, evidenziata con l’alternanza di scotch argentato e festoni.

Questi ultimi, su altri versanti, sono stampati con motivi vorticosi e con quelle tinte mimetiche adoperate dappertutto su uniformi militari, con scopo di camuffamento. Il lavoro di Mussie è costruito a partire da queste ambiguità e lacune tra i significati. Anche la sua voce risuona in questo modo, una tersa poesia di abbreviazioni che si esauriscono, come lo scoppio dei popcorn al colpire i sottili coperchi delle padelle (Zasha Colah, Sigla/Sigillo, 2022).

Uniformi e netsela per Mussie

Con questa installazione, Mussie mette in scena il concetto di casa transitoria e precaria. Nello spazio troviamo esposti numerosi netsela, tipico tessuto in garza di cotone bianco, sui quali sono state ricamate le sigle dei tanti movimenti che si sono costituiti durante la resistenza eritrea. I netsela sono tradizionalmente utilizzati dalle donne eritree in vari eventi e occasioni quotidiane, riparano dal sole, dal freddo, cingono il capo o le spalle, si fanno casa e qui, ora presenti in mostra, come a ri-definire una geografia affettiva, politica e il suo retaggio storico. Per Bologna St. 173 (Riverberi Roma), l’artista introduce un nuovo elemento: un video del festival in loop, accompagnato dal racconto di una giovane donna eritrea che ha abitato a Bologna St. ad Asmara.

Las Nietas De Nonó    

Per il duo artistico Las Nietas De Nonó, teatro, performance, azioni e vita quotidiana convergono in processi che sono ancorati alle biografie delle sorelle mapenzi e mulowayi nonó. Le due artiste hanno trasformato la vecchia casa del nonno nel Barrio San Anton, Porto Rico, in Patio Taller (2011 – 2019), spazio comunitario e residenza per artiste e artisti internazionali che stimola i ritmi di lavoro, lo svago e la produzione della comunità. Questo impulso è documentato nel loro film FOODTOPIA: después de todo territorio (2020), che può essere letto come una critica nascente alla disconnessione sensoriale tra il/la consumatorз modernз, il cibo che lз mantiene in vita e l’ambiente naturale che lo fornisce. Tuttavia, i loro stimoli erano più vicini a casa, in un senso molto letterale: per 28 giorni mapenzi e mulowayi hanno deciso di cacciare e raccogliere il cibo per sé in un’area circoscritta del loro quartiere.

Foodtopia, l’indagine di Las Nietas de Nonó

Per Las Nietas de Nonó, FOODTOPIA: después de todo territorio è diventata un’indagine audiovisiva e un archivio vivente dello spazio circostante, nonché un’analisi dei (nuovi) rischi e delle possibilità di vivere in un ambiente in continua evoluzione. Sebbene la caccia sia stata condotta in modo naturale, lo spazio industrializzato del Barrio San Antón presentava ostacoli insormontabili per la ricerca del cibo, come l’acqua inquinata e la qualità dell’aria, che ne influenzano sia la disponibilità che la qualità. Non solo hanno dovuto affrontare la fame, ma anche la tristezza e la frustrazione di trovarsi di fronte al degrado ambientale, in uno spazio che credevano di conoscere bene.

Da questa esperienza hanno maturato una rinnovata consapevolezza di come la ricerca di cibo cambi il modo in cui ci si muove nello spazio e a cosa si presta attenzione. In particolare, il tempo che è necessario investire per trovare, pulire e preparare il cibo rende più umili: per mangiare le quantità di carne attualmente consumate in Europa, ad esempio, non ci sarebbe tempo per alcuna altra attività al di fuori della caccia.

Christian Offman

Barocco (2022) è una nuova installazione site-specific di Christian Offman commissionata per questa mostra. Il titolo è un riferimento esplicito dell’artista a Poetica della relazione (1997), di Edouard Glissant e alla sua interpretazione del barocco. Attingendo alla sua pratica artistica, che fonde storia e memoria attraverso scultura e installazioni, nonché alla sua esperienza personale di individuo con origini ruandesi ma cresciuto in Italia, l’artista affronta una questione fondamentale nelle società contemporanee: la cittadinanza. In quest’opera, posiziona quindici transenne secondo uno schema preciso, in modo da disegnare un percorso per la/il visitatorз , che viene guidatз lungo un cammino definito.

Barocco nasce da un’indagine autoanalitica e dalla riflessione sulla condizione di essere cittadinз e stranierз allo stesso tempo, facendo riferimento all’esperienza caotica degli/delle stranierз che devono regolarmente richiedere o rinnovare i propri documenti. I limiti di questo percorso vengono metaforicamente rappresentati come barriere che le persone immigrate devono superare per vedersi riconosciuto il proprio status giuridico. Questi ostacoli spesso sono eccessivamente burocratici e opachi, producendo continui effetti discriminatori e inefficienti.

La riflessione di Offman e il suo “Barocco”

Offman sceglie deliberatamente l’erranza, sia come atto di resistenza a uno status negato, sia come modo per mediare il desiderio di appartenere a un luogo specifico, abbracciando al contempo la propria molteplicità. In sintonia con il contesto post-industriale di Mattatoio, l’installazione comprende anche due frigoriferi guasti: reperti trovati e riutilizzati per contenere le sculture in cemento di Offman. Queste forme scultoree non incarnano un genere o una forma specifica, ma fanno parte di riflessioni visive e materiche astratte e inconsce che l’artista ha sviluppato attraverso la sua ricerca, attingendo all’archivio di immagini di famiglia.

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