“Kensington Garden”: la nostra recensione

Di Alessia Tona

UN POSTO DA CHIAMARE CASA – Londra, una casa da condividere tra anime perse nel proprio labirinto di pensieri problematici, dubbi esistenziali e lacune affettive da colmare. Londra, una casa da condividere tra gente della propria razza, tra chi appartiene alla stessa terra. Londra, una città che chiude le frontiere dell’accettazione verso il prossimo, diverso per nascita, che ci ricorda attimi storici ben precisi in cui una alcuni volevano essere meglio di altri.

Uno scontro perenne quello che viene messo in scena al Teatro Sala Uno di Roma da Giancarlo Nicoletti, giovane regista e drammaturgo che porta in scena la parte finale della sua Trilogia Del Contemporaneo. Dopo #salvobuonfine e Festa della Repubblica, Kensington Garden riporta alla luce le problematiche di una società moderna, di un pensiero attuale soffocato dalla paura dell’altro. Ci parla anche, ma non in modo preminente,  di un problema odierno e mal gestito, quello delle ondate di immigrati che vivono la propria vita in attesa di un luogo nuovo dove respirare aria nuova. Un posto da chiamare casa senza dover essere definiti spazzatura.

PERSONAGGI CECHOVIANI – “Italiano di merda torna nel tuo paese”, siete tanti a rubarci il lavoro. Questa frase pronunciata durante lo scorrere del tempo scenico invita a riflettere su come, ancora oggi, si identifichino i nuovi cercatori di sogni come ladri di vite, cadendo nel pozzo di una  memoria dove il popolino italiano, in  viaggio per cercare fortuna, aveva speranza nuova. I personaggi che ruotano all’interno del dramma hanno un impronta cechoviana ben visibile che non toglie spazio alle identità create per la scena, imprimendo una forte base di partenza ai caratteri che agiscono e son agiti da altri all’interno della casa. Un luogo in un frammento di tempo con pochi spiragli, in cui nell’arco di novanta infiniti giorni di reclusione ci si confronta con il proprio io confuso che non trova una collocazione nel cuore di qualcuno, o nel mondo. I sogni divengono per alcuni montagne da scalare, per altri la fonte di resistenza alla meschinità del prossimo.

EGO DIVENTA ECO – Nell’attesa di riprendere fiato e coraggio per  riprovare, gli intrecci casalinghi si intersecano tra loro creando una fitta rete di squilibri interiori dove il principio dell’identità diventa il fulcro per sopravvivere. La mancanza d’amore, la sua ricerca, il tradimento, la sottomissione a questo sentimento, una ricerca spasmodica della comprensione da parte dell’altro, pur di non restare nella piena solitudine ma rimanendo sempre soli. Personaggi che rivelano un ambivalenza decisa, come a farci notare che non si è mai ciò che sembriamo, ma ciò che siamo. Il dubbio è insito in ogni uno e sembra quasi esserci il rischio di non lasciare mai il luogo della vicenda, per alcuni forse unica fonte di salvezza. Si può scegliere quindi se andare o no. Se vivere o fare da  comparse protetti da quattro mura. Una retorica, quella dei personaggi, troppo estraniante in alcuni momenti, i pensieri riferiti all’interlocutore a volte rassomigliano a frasi fatte ma scelte accuratamente per stare proprio li. Sta al gusto gradire o meno il pensiero di chi parla. Mentre Kensington Garden si svuota in una fascia temporale che sembrava statica, ma che prende la rincorsa improvvisamente, colpi di pistola ci ricordano che siamo facili prede di processi incontrollabili, quelli politici, quelli del cuore, quelli dell’istinto. L’ego diventa eco di se stesso,  per comprendere che c’è assolutamente bisogno dell’esperienza del dolore.

INFO – Teatro Sala Uno. Regia: Giancarlo Nicoletti. Con: Annalisa Cucchiara, Riccardo Morgante, Luca Notari,Cristina Todaro, Valentina Perrella, Alessandro Giova, Eleonora De Luca, Francesco Soletti.

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