Dal 21 al 24 maggio 2026, Claudio Tolcachir trasforma il palco in un luogo di ossessione, desiderio e invisibilità, dove il corpo e la parola diventano protagonisti assoluti
Con Rabia, tratto dalla novella di Sergio Bizzio, il Teatro India di Roma, dal 21 al 24 maggio 2026, si trasforma in un luogo quasi clandestino, dove “la parola non racconta semplicemente una storia ma la abita fino a consumarsi dentro di essa”. Lo spettacolo, adattato da Claudio Tolcachir, Lautaro Perotti, María García de Oteyza e Mónica Acevedo, e diretto dagli stessi Tolcachir e Perotti, trova nel corpo e nella voce di Tolcachir il proprio centro magnetico: un interprete capace di attraversare il testo con una tensione costante, trattenuta e insieme lacerante. Secondo La Repubblica, la performance è “un esercizio di intensa concentrazione emotiva”.
Claudio Tolcachir: regista minuzioso e interprete passionale
La vicenda racconta di un uomo che, dopo un gesto irreparabile, si rifugia in una casa signorile restando invisibile agli occhi del mondo. Ne nasce un racconto di segregazione e desiderio, di fame fisica e affettiva, che nello spazio teatrale assume i contorni di “una confessione ossessiva”. Il protagonista osserva, spia, ama e soffre da una distanza minima eppure incolmabile. La sua presenza fantasma diventa progressivamente il simbolo di un’umanità ai margini, incapace di trovare una vera forma di appartenenza.
La scala: vera protagonista della scena
La regia evita ogni compiacimento realistico e costruisce un dispositivo scenico essenziale, quasi mentale. È il ritmo interno della narrazione a generare lo spazio: ogni pausa, ogni silenzio, ogni scarto emotivo produce immagini potenti senza sovraccaricare la scena. Tolcachir, aiutato solo dall’imponente scala al centro del palcoscenico, lavora per sottrazione e realismo, facendo vivere allo spettatore i vari piani della villa attraverso “l’uso continuo della scala”. In questo sali/scendi si trova la forza più viva dello spettacolo, come evidenzia Il Corriere della Sera, parlando di “una tensione teatrale palpabile e coinvolgente”.
Un’esperienza personale che riflette le disparità sociali
Il titolo Rabia non allude solo alla furia animale evocata dalla parola, ma a “una malattia dell’anima, a una combustione interiore che divora lentamente chi ama senza misura e senza possibilità di salvezza”. C’è un forte richiamo politico in questa invisibilità forzata, nel bisogno disperato di essere visti e accolti. Lo spettacolo, però, non cerca mai il manifesto sociale: resta ostinatamente umano, vulnerabile e carnale.
Uno spettacolo che condivide l’angoscia con il pubblico
Ne emerge un teatro che inquieta e seduce, capace di trasformare l’angoscia in esperienza condivisa. Rabia è un viaggio nell’abisso dell’isolamento contemporaneo e una riflessione feroce sull’amore come forma estrema di sopravvivenza. Un lavoro che lascia addosso una sensazione persistente, quasi fisica, come accade solo agli spettacoli che riescono davvero a entrare sotto pelle.
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Entra nel mondo dello spettacolo giovanissimo alternandosi nel ruolo di ballerino tra teatro cinema e tv. A 23 anni consegue la laurea al DAMS presso l’università Roma 3 ed inizia un percorso lavorativo nel settore televisivo avvicendandosi tra emittenti private minori (Tv Gold) e le principali reti nazionali (Rai e Mediaset) sviluppando esperienze a 360 gradi sia dietro le quinte che sul palco.

