Tappeti nell’arte sacra: la storia e i dipinti di maggior prestigio

Parlare di tappeti e di arte sacra nello stesso contesto? Non solo è possibile, ma è anche davvero affascinante. L’ho capito con il primo appuntamento di “Fusioni d’arte”, serie di iniziative culturali che si svolgeranno presso la galleria d’arte annodata Sheyda di via Plauto 16 (zona Borgo Pio), a Roma. Il primo incontro, intitolato “Il tappeto orientale nella pittura sacra”, ha visto la partecipazione di Giorgio Agnisola, una figura di spicco nel panorama dell’arte e della cultura. Che mi ha aperto un mondo: chi aveva mai fatto caso a tutte queste piccole opere d’arte nel dipinto?

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Il tappeto è stato spesso utilizzato come oggetto e soggetto di quadri e grandi dipinti. Che sono entrati nella Storia dell’Arte mondiale, forse in parte anche grazie a questi preziosissimi manufatti artigianali. Si iniziò a raffigurarli durante il Medioevo, ma è durante il Rinascimento che raggiungono la loro massima espressione, sia in contesti civili che in quelli sacri. Nel particolare contesto dell’arte sacra, è stato così tanto raffigurato non soltanto per questioni decorative, ma soprattutto per sottolineare la preziosità del contesto, ricco di figure divine e di elementi religiosi.

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Giotto è stato tra i primi a dipingere tappeti. Ma, successivamente, furono soprattutto in tre a valorizzarli al massimo: l’italianissimo Lorenzo Lotto e i fiamminghi Hans Holbein e Hans Memling. Tanto che, ancora oggi, i tappeti vengono chiamati con i loro nomi. La prima raffigurazione conosciuta di un tappeto Lotto è nel “Ritratto del cardinale Bandinello Sauli, il segretario e due geografi” opera di Sebastiano del Piombo del 1516, oggi alla National Gallery di Washington. Hans Memling, pittore fiammingo nato a Bruges nel 1440 il quale ritrasse esattamente un Bokara Tekkè e la sua iconografia il cui disegno classico “Gul” ripetuto ancora oggi, è conosciuto come il “Gul di Memling”.

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Poi, con il passare dei secoli, il tappeto è stato poco utilizzato nelle opere d’arte, nonostante alcuni importanti quadri del Seicento e del Settecento. “Non è cambiato il tappeto, e neanche l’interesse per questo, ma il contesto stilistico – spiega Giorgio Agnisola, condirettore della Scuola di Alta Formazione di Arte e Teologia e consulente della Conferenza Episcopale Italiana per l’arte sacra contemporaneaL’arte ha cessato nell’Ottocento di essere arte realistica, con l’impressionismo e il realismo, e si è persa l’attenzione per la figura in senso stretto. La definizione artistica del tappeto, che veniva rappresentato con una cura maniacale, ha perso la sua nettezza, divenendo una macchia, una forma evanescente. Ciò nonostante artisti come Chagalle e Matisse hanno documentato e rappresentato tappeti ancora riconoscibili, a livello di fattura, decoro e provenienza. Il tappeto perde la sua connotazione iniziale: se un tempo adornava importanti mense, finestre e tavoli di lavoro, divenendo il punto forte della casa, tanto da non poter essere neanche calpestato, come nei quadri di Vermeer.

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Non perdendo mai la sua natura, il suo valore e il suo prestigio. A dimostrazione che un tappeto è arte. E che arte.