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“Il Capitano di Bastur”: l’intervista all’autore Claudio Alvigini

Nasce sulla scia di due importanti romanzi, “Il deserto dei tartari” di Dino Buzzati e “Il castello” di Kafka, il romanzo di Claudio Alvigini, “Il Capitano di Bastur”, edito da Macabor. Definito già a pochi giorni dalla sua uscita “un crossover o un fantasy colto che piace agli adulti ed ai giovani che sono oltre Harry Potter”, il romanzo è, in sintesi, la storia della vita e della crescita di Basin.

“Si parla di rapporti umani, di donne e uomini, di speranze e delusioni, di lotte eroiche e di momenti in cui si sfiora il fallimento. La ricerca di se stessi, la lotta per realizzare i propri ideali”.
Claudio Alvigini
il romanzo di Claudio Alvigini, “Il Capitano di Bastur”, edito da Macabor
Il romanzo di Claudio Alvigini, “Il Capitano di Bastur”, edito da Macabor

La trama di “Il Capitano di Bastur”

Da bambino, chiuso nel paesino di K. e allievo del Maestro delle Lettere D’eleganza Cardelio, a giovane uomo. E’ la storia della sua ansia e del suo sogno di conoscenza e libertà che si intreccia indissolubilmente con i vari personaggi e le varie figure, spesso femminili, che incontra nel suo lungo cammino di affrancamento. A differenza del tenente Drogo nel romanzo di Buzzati, e del signor K del romanzo di Kafka, il giovane Basin, sarà inevitabilemente attratto dal fascino irresistibile del mistero che aleggia al di là delle montagne che cingono il suo paese.

L’intervista all’autore

Claudio Alvigini
Claudio Alvigini

Come nasce “Il Capitano di Bastur”?

Questo progetto nasce con l’adolescenza e con le prime cose scritte. E’ il sogno di tutta una vita dunque e veramente non saprei datarlo in modo diverso da questo. Voglio dire che Il Capitano è come lo sbocco all’esterno, all’aria, di un fiume sotterraneo che da tempo immemore mi scorreva dentro, a volte silenzioso a volte brontolando un po’. Dunque l’ispirazione è anch’essa poco databile, posso dire che un giorno di ormai sette anni fa, scrissi, sorpreso io stesso, una ventina di pagine. Le scrissi così, di getto, a mano. E le lasciai lì.

Quali sono gli autori, e quali le relative opere, a cui hai attinto per questa tua opera? 

Sono tutti quelli che, soprattutto in gioventù, ho divorato e sommamente amato, i classici francesi e russi e Martin Eden di Jack London e Zanna bianca e Tarzan di Edgard R. Burroughs, Il rosso e il nero di Stendhal e Victor Hugo dei Miserabili e Stevenson con L’isola del tesoro e il sommamente amato Conte di Montecristo di Dumas e poi i Tre moschettieri e Venti anni dopo e l’immenso Kafka dei racconti, del Castello, delle Metamorfosi e potrei continuare con Camus Lo straniero e Borges e Calvino del Barone rampante e Buzzati del Deserto dei Tartari, Bianciardi della Vita agra e, più recentemente, il magnifico Saramago etc. etc. etc..etc.

Ma soprattutto il mio pensiero e la mia fantasia (se c’è stata), trovano origine nella lunga tormentatissima e splendida frequentazione dell’Analisi Collettiva, nella grande ricerca che per lunghissimi, indimenticabili e irripetibili anni Massimo Fagioli ha in essa svolto.

Quale personaggio di questo libro senti più vicino a te? E perché?

E’ difficile rispondere, il libro non ha nulla di autobiografico è, o si sforza di essere, un’invenzione letteraria. In ogni modo e fatti i dovuti distinguo, direi che sento vicino a me Basin, perché ha momenti di entusiamo e cadute nella tristezza, nell’apatia, diciamo pure nella depressione, sembra finito e risorge proprio quando tutti lo davano per spacciato. E non si arrende mai.

La velocità di scrittura di un autore dipende anche dall’entusiasmo con cui lo scrive: qual è stato (o quali) il capitolo in cui hai messo tutto te stesso?

Non c’è un capitolo in cui ho messo tutto me stesso. Non c’è perché ho messo tutto me stesso in ogni parola, in ogni virgola, punto, punto e virgola che dovevo mettere. O almeno ho provato a mettere nel Capitano tutto quello che avevo e anche un po’ di più; andando, spero con esiti non disastrosi, oltre me stesso. Questo per dire quanto ho amato e quanto mi ha svuotato questo libro. C’è un concentrato di vita, di vite nel Capitano.

Cinque aggettivi per descrivere il tuo libro a chi non lo conosce.

Non so, rispondendo a una domanda simile si rischia di essere o apparire presuntuosi. Comunque potrei azzardarmi a dire, sperando che poi chi avrà la bontà di leggere confermi: originale, misterioso, commovente, irritante, umanissimo.

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