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Intervista a Gianni De Feo: “Le paure esprimono la parte creativa della vita”

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Ultime repliche, oggi e domani, per Che fine hanno fatto Bette Davis e Joan Crawford? all’Off/Off Theatre di Roma. L’intervista a Gianni De Feo, protagonista, assieme a Riccardo Castagnari, della bella pièce

Gianni De Feo
Gianni De Feo

Quando l’eleganza e il gusto di esplorare i segreti nascosti di un personaggio si incontrano in scena, difficilmente non si resta piacevolmente colpiti. È proprio questo il caso di “Che fine hanno fatto Bette Davis e Joan Crawford?” di Jean Marboeuf, ancora in scena, con Riccardo Castagnari e Gianni De Feo, fino al 31 ottobre all’Off/Off Theatre. Uno spettacolo dal sapore retrò che riporta lo spettatore nel mondo Hollywoodiano delle grandi stelle del cinema.

Cinque domande all’attore Gianni De Feo

Cosa si vede (e cosa non) di quel celebre film?

Nel nostro spettacolo si respireranno soprattutto alcune atmosfere del film “Che fine ha fatto Baby Jane?” Dopo un iniziale scambio epistolare, apparentemente cordiale e amichevole tra le due dive in preparazione del loro primo incontro sul set, assisteremo alla loro sorprendente trasformazione. Entrambe maschere grottesche, la Davis nel ruolo di Jane Hudson, sfacciata, irriverente e capricciosa fino alla follia con la sua parrucca incipriata e il costume a fiocchi tirato fuori da vecchi bauli, che canta con voce infantile I’ve written a letter to Daddy, la Crawford nel ruolo della sorella Blanche Hudson, glaciale e sofferente, piagnucolosa e tagliente nelle battute, costretta a deambulare sulla sedia a rotelle. Un crudele gioco tra vittima e carnefice in continuo ribaltamento.

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Un film importante, un classico. Un piccolo capolavoro. Non hai paura di inutili paragoni?

Quando un attore affronta dei personaggi così iconici mette senz’altro in gioco la propria professionalità e a quel punto i paragoni, inutili o giustificati che siano, sono inevitabili. Credo però che bisogna andare fino in fondo con coraggio esaminando profondamente, a priori, tutti gli ostacoli per evitare le facili imitazioni. Ho dovuto affrontare le stesse paure quando ho portato in scena il mondo di Edith Piaf e le sue canzoni. I personaggi devono essere evocati, trattati con la giusta distanza e con un leggero senso di abbandono poetico. Ancora di più quando si affrontano personaggi en travesti. È il mondo emotivo che deve emergere. Il gesto, ancora di più misurato. In fondo, vengo dalla scuola di Lindsay Kemp. Ecco, il teatro è Poesia.

Com’è andata con il tuo compagno di scena?

Con Castagnari abbiamo avuto un rapporto molto professionale e corretto. Diciamo che siamo entrambi vittime di manie rituali da teatranti d’altri tempi. La stessa attenzione e la stessa cura dei personaggi e del testo. Ci conosciamo da anni ma è la prima volta che lavoriamo insieme. Il lungo percorso delle prove è stato collaborativo e arricchente.

“Il viale del tramonto” è qualcosa che fa davvero paura a un artista? Come si può combattere questo timore? Tu di cosa hai paura, come uomo e come artista?

Le paure esprimono la parte creativa della vita. Ogni azione racchiude in sé un senso di effimero. Il momento in cui noi torneremo nell’oblio sarà come una piccola morte, questo dice Bette Davis. Ma non temo la morte fisica, ancor meno la mancanza di successo. Credo nella circolarità degli eventi. Ogni fine racchiude un nuovo inizio. Le paure sono abiti che indossiamo a seconda delle mode.

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Prossimi progetti

Riprenderemo a breve lo spettacolo di Silvano Spada TANGERI il 29 novembre a Pescara e il primo dicembre al teatro dei Filodrammatici di Milano per il Festival Lecite Visioni curato da Mario Cervio Gualersi. Poi in dicembre metterò in scena Le Serve di Genet al teatro Stanze Segrete, ma solo come regia. Dal 10 marzo al 5 aprile un altro confronto impegnativo, questa volta con Roman Polanskj, nel testo di David Ives Venere in pelliccia, sempre a Stanze Segrete.

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