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Squid Game 3: capolavoro o grande bluff?

Squid Game 3, 72 ore dopo: capolavoro o grande bluff?
Squid Game 3, 72 ore dopo: capolavoro o grande bluff?

Last Updated on 01/07/2025

Squid Game 3 domina le classifiche globali ma accende il dibattito: visioni da record, scelte narrative estreme e una divisione netta tra chi la esalta e chi ne resta deluso

Il debutto della terza e ultima stagione di Squid Game su Netflix, avvenuto il 27 giugno, ha segnato un ritorno trionfale per la serie sudcoreana. Con sei episodi da circa 55 minuti ciascuno, la stagione ha immediatamente raggiunto la vetta delle classifiche globali di visione, imponendosi come contenuto più visto in decine di Paesi nel giro di sole 72 ore.

I dati confermano ancora una volta la capacità della serie di catalizzare l’attenzione mondiale, consolidando il suo ruolo di punta nella strategia internazionale della piattaforma. Sin dai primi minuti, lo spettatore viene catapultato in un crescendo di tensione, violenza ritualizzata e dilemmi morali, cifra stilistica ormai riconoscibile dell’autore Hwang Dong-hyuk.

Accoglienza critica positiva, pubblico diviso

Sul versante della critica, la stagione ha ottenuto un’accoglienza generalmente favorevole. La regia è stata definita più compatta e incisiva rispetto alla seconda stagione, con un uso sapiente della fotografia e un montaggio che accentua il senso di claustrofobia e impotenza. Le prove mortali — che spaziano dal nascondino armato alla “Sky Squid Game” giocata su piattaforme sospese nel vuoto — sono state elogiate per la loro carica visiva e la capacità di tenere lo spettatore in tensione.

Molto più frastagliata è stata la reazione del pubblico. Mentre una parte degli spettatori ha apprezzato il coraggio con cui la serie chiude il proprio arco narrativo, molti altri hanno espresso delusione per alcune scelte narrative ritenute discutibili o eccessivamente forzate. I commenti sui social e nei principali forum online parlano di una visione “faticosa”, emotivamente opprimente e priva del rigore critico che aveva caratterizzato la prima stagione.

Il neonato vincitore e il caso CGI

Il tema più discusso della stagione è senza dubbio l’epilogo, in cui a “vincere” i giochi non è un adulto ma la neonata figlia di Jun-hee, un altro concorrente ucciso durante le prove. Questa scelta, oltre a spiazzare, ha sollevato forti critiche per la sua plausibilità narrativa e per l’effetto visivo del bambino, interamente ricreato in CGI.

Il neonato è diventato rapidamente uno dei soggetti più bersagliati dai commenti ironici. In molti hanno definito il suo aspetto “di plastica”, poco credibile e disturbante. L’uso dell’effetto digitale ha compromesso, secondo diversi spettatori, l’impatto emotivo di una scena che avrebbe potuto risultare potente, ma che invece ha generato un effetto grottesco involontario.

Il finale di Squid Game 3 spacca in due: fede o forzatura?

Il gesto finale del protagonista Gi-hun — che si sacrifica per salvare la bambina — è stato interpretato in due modi opposti. C’è chi lo ha definito un atto di fede nell’umanità, una chiusura poetica e coerente con la trasformazione del personaggio. Altri, invece, l’hanno letto come una scelta melodrammatica e incoerente con il tono realistico e cinico delle prime stagioni.

Non ha aiutato la decisione degli autori di introdurre nuovi personaggi all’interno dell’ultimo episodio, senza alcun background, né lo svelamento tardivo di dinamiche che molti hanno percepito come poco costruite. Alcuni spettatori hanno accusato la serie di aver “tradito sé stessa”, rinunciando alla coerenza per inseguire un effetto shock.

Polemiche ideologiche e uno sguardo all’Occidente

Parallelamente alle critiche stilistiche e narrative, non sono mancate reazioni legate ai contenuti etici e ideologici. Alcuni spettatori hanno interpretato la centralità del neonato e la sua sopravvivenza finale come un messaggio implicito antiabortista o conservatore. Soprattutto alla luce dell’assenza di personaggi femminili sopravvissuti. Altri hanno parlato di “simbolismo eccessivo”, accusando la serie di volersi caricare di significati morali troppo marcati.

Il colpo di scena finale ha ulteriormente acceso il dibattito. Nell’ultima scena, una reclutatrice occidentale fa la sua comparsa in un cameo inaspettato, lasciando intuire l’apertura di un potenziale nuovo capitolo ambientato negli Stati Uniti. Se per alcuni si tratta di una naturale evoluzione del franchise, per altri rappresenta una commercializzazione forzata che snatura le radici culturali e politiche della serie.

Tra successo e perplessità: un bilancio provvisorio

Nel giro di tre giorni, Squid Game 3 ha confermato la sua capacità di dominare la scena dell’intrattenimento globale. Eppure, se il successo in termini di visualizzazioni è indiscutibile, il giudizio artistico e contenutistico rimane aperto.

Si tratta senza dubbio della stagione più ambiziosa e polarizzante dell’intera saga. Chi la ama ne loda la potenza simbolica, la regia affilata e il messaggio umano. Chi la contesta, parla di una deriva eccessivamente allegorica, di una scrittura incoerente e di una chiusura emotivamente manipolatoria.

Resta ora da capire se questo atto conclusivo sarà ricordato come un epilogo coraggioso e necessario, o come l’inizio della fine per una delle serie più iconiche dell’ultimo decennio.

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