All’inizio degli anni ’90, David Lynch lavorò per diversi mesi a un progetto cinematografico dedicato a Franz Kafka…

All’inizio degli anni ’90, David Lynch lavorò per diversi mesi a un progetto cinematografico dedicato a Franz Kafka. Non si trattava di un adattamento diretto, ma di una biografia onirica e destrutturata, ambientata in una Praga metafisica, dove il protagonista avrebbe vissuto eventi ispirati a Il processo e Lettera al padre. Il film, però, non fu mai girato. Rimangono appunti, bozzetti, un soggetto di sessanta pagine.
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Un Kafka lynchiano
Il progetto nacque da una visita di Lynch a Praga nel 1991, su invito del Festival del cinema. In quei giorni camminò per ore nella Città Vecchia, annotando sensazioni, rumori, immagini. Disse che i vicoli sembravano “intercapedini tra sogno e colpa”. L’idea era raccontare un Kafka giovane, osservatore passivo di un mondo burocratico e mostruoso, senza dover rispettare la cronologia storica.
Le ragioni dell’interruzione
La sceneggiatura venne proposta a diverse case di produzione europee, ma fu giudicata troppo criptica. Lynch stesso, anni dopo, ammise che il progetto “stava diventando più un sogno che un film”. Alcuni elementi confluirono in Lost Highway (1997), in particolare l’identità frammentata e la scrittura a incastro.
Tracce sopravvissute
Nel 2012, in una mostra a Los Angeles, furono esposti alcuni schizzi preparatori: un Kafka col cappello sproporzionato, uno sportello della dogana senza porta, un tribunale con gabbie sospese. Nessuna immagine ufficiale è mai stata pubblicata, ma chi le ha viste parla di un’atmosfera inquieta, tra il gotico e il surreale.
Il film su Kafka non esiste. Ma resta nel corpus lynchiano come una fessura mai chiusa. Un’idea che ha contaminato i suoi film successivi, diventando presenza invisibile ma costante.
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Di origini salentine, vivo e lavoro a Roma dal 2005. Ho imparato a leggere a 2-3 anni. Per scrivere ho dovuto aspettare i 4. Da allora non mi sono più fermato. La scrittura è la mia vita, la mia conoscenza, la mia memoria. Nonché il mio lavoro. Che mi aiuta a crescere ed imparare. Per non sentirmi mai arrivato, per essere sempre affamato di conoscenza.

