La terza stagione dell’antologia di Ryan Murphy, incentrata su Ed Gein, racconta l’orrore con freddezza documentaria, ma si perde tra invenzione e realtà. Una riflessione sull’ossessione collettiva per il true crime e i limiti della finzione

Con Monster: la Storia di Ed Gein, Netflix prosegue il progetto antologico di Ryan Murphy dedicato ai grandi criminali americani. Dopo le stagioni su Dahmer e sui fratelli Menendez, la serie tenta di scandagliare le origini di uno dei nomi più inquietanti della cronaca nera del Novecento. Il risultato, però, appare meno compatto: la narrazione si frammenta tra passato e presente, alternando momenti di forte impatto visivo a passaggi di pura esposizione, senza trovare un equilibrio tra analisi psicologica e ricostruzione storica.
L’ambizione del racconto
Murphy e la sua squadra scelgono un approccio ambizioso, più vicino al dramma psicologico che al thriller. L’obiettivo è comprendere come la follia di Ed Gein sia nata all’interno di un contesto familiare e culturale malato, dominato dal fanatismo religioso della madre Augusta.
Tuttavia, l’intento di indagare “l’origine del male” finisce spesso per disperdersi in sottotrame e rimandi metacinematografici. L’inserimento di riferimenti a Hitchcock e alla nascita di Psycho aggiunge fascino teorico, ma indebolisce la coerenza del racconto e sfuma la distinzione tra cronaca e finzione.
La performance di Charlie Hunnam
Il volto di Gein è affidato a Charlie Hunnam, che costruisce una prova fisica e disturbante, fatta di silenzi e gesti minimi. L’attore evita la caricatura, restituendo un uomo svuotato più che un mostro consapevole.
La regia, tuttavia, insiste su un’estetica cupa e insistita che rischia di trasformare la sofferenza in spettacolo visivo. In alcuni momenti, l’effetto è di eccessiva teatralità, come se il dolore reale diventasse solo materia narrativa.
Le libertà della finzione
Come già accaduto nelle precedenti stagioni, Monster alterna fedeltà storica e invenzione drammatica. Alcuni eventi sono reinventati per dare coesione al racconto, altri completamente immaginati.
Il problema non è tanto la libertà creativa, quanto la mancanza di un confine chiaro: la serie non dichiara apertamente quando esce dai fatti, lasciando lo spettatore in una zona grigia che può confondere più che interrogare.
La ricezione e le ombre del true crime
La stagione ha diviso critica e pubblico. C’è chi ne apprezza l’intento analitico e la lentezza quasi documentaria, e chi la considera un passo indietro rispetto al successo di Dahmer.
Sul piano tematico, torna la questione etica: fino a che punto è lecito trasformare l’orrore reale in intrattenimento? Monster: la Storia di Ed Gein tenta di rispondere mostrando il male senza indulgere nel gore, ma la distanza tra empatia e voyeurismo resta sottile.
Conclusione: un racconto incompiuto
Monster: la Storia di Ed Gein è un esperimento ambizioso ma irrisolto. Vuole essere riflessione morale e finisce per restare un racconto frammentato, sospeso tra fedeltà storica e libertà autoriale.
Un tassello coerente nel progetto di Ryan Murphy, ma non il più riuscito: più che mostrare il mostro, lo confonde nel labirinto della sua stessa rappresentazione.
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Di origini salentine, vivo e lavoro a Roma dal 2005. Ho imparato a leggere a 2-3 anni. Per scrivere ho dovuto aspettare i 4. Da allora non mi sono più fermato. La scrittura è la mia vita, la mia conoscenza, la mia memoria. Nonché il mio lavoro. Che mi aiuta a crescere ed imparare. Per non sentirmi mai arrivato, per essere sempre affamato di conoscenza.

