Al teatro India di Roma, Valentina Martino Ghiglia e Ferdinando Ceriani trasformano la guerra in un pacchetto turistico. Una commedia nera che riflette sulla spettacolarizzazione della violenza e sulla nostra complicità quotidiana

Dal 4 al 9 novembre, al Teatro India di Roma, una tenda da campeggio ricoperta da un telo mimetico accoglie gli spettatori. È un’immagine domestica e inquietante insieme, fragile presidio di normalità in uno spazio che sa già di campo militare e di trincea mentale. Quando la zip si apre e fa la sua comparsa Berta, la guida turistica di una surreale War Zone Travel, capiamo subito che non assisteremo a una rappresentazione tradizionale, ma a un’esperienza immersiva in cui il teatro diventa specchio deformante di un mondo che ha smarrito il senso del limite. E il pubblico, questa volta, è il vero protagonista di un’avventura macabra.
Valentina Martino Ghiglia normalizza l’orrore
Con una brillantezza istrionica, Valentina Martino Ghiglia costruisce un personaggio complesso, sospeso tra il candore professionale della guida perfetta e la cinica inconsapevolezza di chi si muove in un orrore ormai normalizzato. Il suo ritmo incalzante, il sorriso di circostanza e la gestualità studiata rivelano poco a poco una deriva morale che ci riguarda tutti.
La regia di Ferdinando Ceriani accompagna con intelligenza questo percorso: asciutta, controllata, evita ogni facile didascalismo e lascia che la tensione emerga dal contrasto tra la banalità del linguaggio turistico e l’abisso che si spalanca dietro le parole.
Stupire a ogni costo… anche della vita
García Barba, autore spagnolo tra i più lucidi nel raccontare le distorsioni del presente, firma un testo che unisce la ferocia della satira alla leggerezza del paradosso. Il pubblico, coinvolto come “gruppo turistico” in partenza per una zona di guerra, diventa parte del dispositivo scenico: ride, partecipa e lentamente si scopre complice di un meccanismo disumano che trasforma la tragedia in attrazione e la morte in un’esperienza da catalogo.
Nella parte finale emerge con forza l’inumanità contemporanea: l’arrivo del cecchino “ingaggiato dall’agenzia” per sparare alla vittima del momento solo per entusiasmare gli spettatori paganti è la sintesi più cruda del nostro presente.
Scenografia e suoni portano lo spettatore in un campo di battaglia
La scena spoglia e la luce rarefatta costruiscono un vuoto denso di suggestioni, in cui ogni suono – un fruscio, un colpo lontano – diventa detonatore di senso. La semplicità scenografica è compensata da una cura minuziosa del ritmo e dell’interazione con il pubblico, che si trova gradualmente intrappolato nella logica dello spettacolo-mercato.
Vacanze di guerra: una triste rappresentazione della realtà
Vacanze di guerra è teatro politico nel senso più alto: non predica, ma espone; non giudica, ma costringe a guardare. In un’epoca in cui la violenza si consuma in streaming e le guerre diventano contenuti, lo spettacolo di Ceriani e Martino Ghiglia restituisce al pubblico l’immagine scomoda della propria passività. Lo fa con ironia, precisione e un tocco di umanissima disperazione, rendendo Vacanze di guerra una delle esperienze teatrali più attuali e disturbanti della stagione romana.
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Entra nel mondo dello spettacolo giovanissimo alternandosi nel ruolo di ballerino tra teatro cinema e tv. A 23 anni consegue la laurea al DAMS presso l’università Roma 3 ed inizia un percorso lavorativo nel settore televisivo avvicendandosi tra emittenti private minori (Tv Gold) e le principali reti nazionali (Rai e Mediaset) sviluppando esperienze a 360 gradi sia dietro le quinte che sul palco.

