Street artist napoletano, Jorit ha trasformato le facciate dei palazzi di periferia in ritratti monumentali, riconoscibili per le cicatrici rosse sulle guance che definiscono la sua “Human Tribe”, una comunità simbolica senza confini…

Street artist napoletano, Jorit ha trasformato le facciate dei palazzi di periferia in ritratti monumentali, riconoscibili per le cicatrici rosse sulle guance che definiscono la sua “Human Tribe”, una comunità simbolica senza confini. Dai murales dedicati a Maradona e George Floyd alle figure anonime dei quartieri popolari, la sua pittura interroga il rapporto tra identità, conflitto e spazio urbano.
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Chi è Jorit
Jorit Ciro Cerullo, conosciuto semplicemente come Jorit, nasce a Quarto, nell’area metropolitana di Napoli nel 1990. Inizia da adolescente con il writing, per poi formarsi all’Accademia di Belle Arti di Napoli, dove affina il suo linguaggio pittorico e la capacità di lavorare su grandi superfici. Dalla metà degli anni Duemila i suoi interventi iniziano a comparire in modo sempre più strutturato su facciate di edifici pubblici e palazzi di edilizia popolare, fino ad approdare in musei e istituzioni. La scelta di lavorare soprattutto in periferia non è un dettaglio: il suo immaginario nasce a contatto con i quartieri in cui è cresciuto, e con le tensioni sociali che li attraversano.
La Human Tribe e i segni sul volto
Il tratto distintivo delle opere di Jorit sono le due strisce rosse che incidono le guance dei soggetti ritratti. Il riferimento dichiarato è quello alla pratica della scarificazione in alcune culture africane, rito che segna il passaggio all’età adulta e l’ingresso nella tribù. Nella rielaborazione dell’artista, però, la tribù è una sola: l’umanità. Le due strisce diventano così un marchio di appartenenza alla “Human Tribe”, una comunità simbolica che supera confini nazionali, etnici e sociali. Il segno rituale, ripetuto su volti famosi e persone comuni, è allo stesso tempo firma stilistica e dichiarazione politica.
I murales simbolo tra Napoli e il mondo
A Napoli i murales di Jorit sono diventati punti di riferimento visivo e identitario. Il ritratto di Diego Armando Maradona a San Giovanni a Teduccio, quello di San Gennaro a Forcella, la bambina rom Ael a Ponticelli sono ormai parte del paesaggio urbano e del racconto collettivo della città. In questi interventi il formato monumentale è fondamentale: i volti occupano intere facciate, si impongono sullo skyline di quartiere e trasformano palazzi anonimi in icone riconoscibili. Allo stesso tempo, l’attività di Jorit si è allargata a contesti internazionali, con opere in Europa, America Latina, Medio Oriente, spesso legate a figure simboliche della politica, della cultura e dei diritti civili.
Volti, conflitti e attualità
La produzione di Jorit è strettamente intrecciata con l’attualità. Il murale per George Floyd, realizzato a Barra, collega il movimento Black Lives Matter alla condizione dei quartieri popolari italiani. Altre opere affrontano temi come il razzismo istituzionale, la repressione, i conflitti armati, la condizione dei detenuti.
Negli ultimi anni alcune sue prese di posizione, soprattutto in relazione alla guerra in Ucraina e al suo rapporto con la Russia, hanno alimentato un forte dibattito pubblico. Anche questo contribuisce a definire la sua figura come quella di un artista apertamente schierato, per cui la street art non è solo decorazione, ma strumento di intervento nel discorso politico.
Street art e identità di quartiere
Una costante del lavoro di Jorit è la relazione con le comunità locali. I murales, realizzati spesso su palazzi popolari, vengono percepiti dagli abitanti come segni di riconoscimento e di appartenenza, soprattutto in aree da tempo segnate da degrado e marginalità. L’artista insiste sull’idea che un edificio decorato possa contribuire a costruire un’identità positiva del quartiere, innescando processi di riappropriazione simbolica degli spazi. In questa prospettiva, il volto monumentale diventa un dispositivo di auto-rappresentazione: una “cornice” in cui il territorio può riconoscersi e raccontarsi.
Il ritratto come manifesto
Nei lavori di Jorit il ritratto è sempre più di una semplice somiglianza. La scelta del soggetto, la presenza delle strisce rosse, le scritte nascoste nelle opere e il contesto urbano in cui vengono inserite trasformano ogni volto in un manifesto. Che si tratti di figure iconiche o di persone anonime, il messaggio è chiaro: ogni individuo è parte della stessa tribù umana, e lo spazio pubblico può diventare il luogo in cui questa appartenenza si rende visibile, anche a costo di alimentare conflitti e discussioni.
Cinque delle sue opere più belle





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Di origini salentine, vivo e lavoro a Roma dal 2005. Ho imparato a leggere a 2-3 anni. Per scrivere ho dovuto aspettare i 4. Da allora non mi sono più fermato. La scrittura è la mia vita, la mia conoscenza, la mia memoria. Nonché il mio lavoro. Che mi aiuta a crescere ed imparare. Per non sentirmi mai arrivato, per essere sempre affamato di conoscenza.

