In Dialoghi Visivi, il Gruppo Pavlovsky porta quattro sculture che interrogano libertà, propaganda e responsabilità. Un lavoro che nasce per entrare in relazione con il pubblico e suscitare domande sul tempo contemporaneo
Nella mostra Dialoghi Visivi, ospitata all’Accademia d’Ungheria in Roma negli spazi di Palazzo Falconieri, il dialogo tra opera e osservatore diventa uno dei nuclei centrali del percorso espositivo. In questa prospettiva si inserisce il lavoro del Gruppo Pavlovsky, che affida alla scultura una riflessione aperta su alcuni temi urgenti del presente: la libertà, l’influenza della propaganda, ciò che nel mondo possiamo cambiare e ciò che invece sembra sfuggire al nostro controllo. Le opere nascono così come domande rivolte al pubblico, chiamato a confrontarsi con immagini e simboli che mettono al centro il rapporto tra coscienza individuale e realtà contemporanea.
In che modo il vostro lavoro entra nel tema di Dialoghi Visivi?
Per noi è importante che le opere dialoghino con i visitatori, con chi guarda. Cerchiamo sempre di fare domande e di richiamare l’attenzione.
Quali temi portate in mostra?
Oggi sentiamo come molto importanti la libertà, l’influenza della propaganda e tutto quello che possiamo cambiare, o non possiamo cambiare. Nel mondo nascono cose nuove e spesso non sappiamo come si svilupperanno.
Che opere presentate in questa occasione?
Presentiamo quattro sculture. Le nostre opere cercano sempre di dialogare con il pubblico e di aprire domande.
Che tipo di riflessione volete suscitare?
Una riguarda come si possa migliorare la vita. Un’altra invita ad aumentare il dialogo tra persone che pensano in modo diverso, perché a volte ci sono propaganda o idee sbagliate.
C’è un’opera che sintetizza bene questa ricerca?
C’è un’opera dedicata alla libertà, con una catena rotta e un elemento che vola via nel cielo. Un’altra è dedicata ai problemi nascosti che nascono nel mondo e che non sappiamo come si svilupperanno.
Che cosa volete lasciare al pubblico?
Vorremmo attirare l’attenzione su questi problemi e spingere le persone a fare domande a se stesse: che cosa facciamo in questa situazione?
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Di origini salentine, vivo e lavoro a Roma dal 2005. Ho imparato a leggere a 2-3 anni. Per scrivere ho dovuto aspettare i 4. Da allora non mi sono più fermato. La scrittura è la mia vita, la mia conoscenza, la mia memoria. Nonché il mio lavoro. Che mi aiuta a crescere ed imparare. Per non sentirmi mai arrivato, per essere sempre affamato di conoscenza.

