Sab. Apr 18th, 2026

Maupal: “La pittura è una forma di poesia senza parole”

Maupal
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In occasione della mostra Annamo’ al Margutta, Maupal racconta la sua idea di arte, tra poesia visiva, ironia e libertà espressiva

In occasione della sua presenza in mostra al ristorante vegetaria “Il Margutta” insieme ad Annamo’, incontriamo Mauro Pallotta, in arte Maupal, street artist romano tra i più riconoscibili della scena contemporanea. Nato a Roma nel 1972, dove vive e lavora, Maupal ha costruito negli anni un linguaggio personale fondato su ironia, immediatezza visiva e forte tensione concettuale, muovendosi tra fine art e street art.

Dopo una lunga sperimentazione pittorica, ha sviluppato anche una ricerca originale sulle potenzialità scultoree della lana d’acciaio, usata come supporto per figurazioni che si ricompongono con sorprendente efficacia nello sguardo dell’osservatore. Dal 2014, con la sua prima opera in strada, ha consolidato un percorso internazionale, diventando noto al grande pubblico per lavori dedicati a figure come Papa Francesco, la Regina Elisabetta II, Donald Trump, Angela Merkel e Giuseppe Conte, senza mai smettere di affrontare anche temi sociali come cambiamento climatico, parità di genere, migrazioni e violenza contro le donne.

Che cos’è l’arte per te, oggi?

La pittura la considero una forma di poesia senza parole, ma anche il linguaggio più arcaico, internazionale e potente.

Qual è stato il momento in cui hai capito che il tuo percorso artistico stava prendendo una direzione precisa?

Già da bambino, perché capii da subito che era il mio mezzo di comunicazione: mi risultava più semplice rispetto alle parole e alle azioni.

Da dove parte di solito un tuo lavoro: da un’idea, da un’immagine o da un luogo specifico?

Di solito parte da un concetto e metto l’immagine al suo servizio. Però va chiarito che il concetto può anche nascere attraverso un’immagine e un luogo specifico.

Quali tecniche usi e cosa ti permettono di ottenere, in termini di ritmo, impatto e leggibilità?

Ho sempre pensato che anche una splendida cornice possa essere di troppo, quasi come se fosse un confine da non oltrepassare per un’opera… Io credo che l’arte non debba avere limiti e, di conseguenza, nemmeno le tecniche e i materiali che si possono usare per metterla in pratica; proprio per questo non mi fossilizzo né su una tecnica né sul dogma di uno stile immutabile. La mia è una cifra stilistica sperimentale e in continuo movimento, che mi dona di sicuro soltanto la riconoscibilità nell’ironia, nello spirito e forse anche un po’ nel tratto.

Quali riferimenti o “maestri” hanno plasmato davvero il tuo modo di guardare e di costruire immagini?

Io credo che un’opera d’arte, per essere considerata tale, abbia bisogno di almeno tre prerogative: la tecnica, il concetto e l’estetica. Per ognuna di queste “colonne” ho seguito dei Maestri… Per la tecnica Michelangelo Buonarroti, per l’estetica Egon Schiele, per la concettualità l’italiano contemporaneo Blu.

Quali sono tre opere a cui sei più legato e cosa raccontano del tuo percorso oggi?

Le tre opere alle quali sono più legato sono state create nelle strade: 1. “StreetPope” (Papa Francesco che sale su una scala posizionata al contrario e gioca a tris con il simbolo della pace, mentre una Guardia Svizzera gli fa da “palo”), realizzato nel 2016 in prossimità del Vaticano, quando la Russia annesse ufficialmente la Crimea.

2. “YogaQueen” (la Regina Elisabetta II che pratica yoga davanti al famoso simbolo della metropolitana londinese e levita sui fumi del classico tea british), realizzato nella zona est di Londra nel 2014, in occasione del referendum scozzese per fuoriuscire dalla Gran Bretagna. “Mind the Gap” e la targhetta del tea, realizzata come bandierina della Scozia, contenevano il messaggio della Regina agli scozzesi: attenzione alle distanze, che potrei bervi nel tea….

3. “L’occhio è l’unico che può accorgersi della bellezza” (una parte del volto di Pasolini), opera ispirata da una riflessione, talvolta attribuita a Pier Paolo Pasolini, che sottolinea il ruolo attivo e soggettivo dello sguardo. Realizzata a Roma, nel quartiere Pigneto, nel 2014.

C’è un lavoro che oggi rifaresti in modo diverso — o che sceglieresti di non rifare? Perché?

Ogni cosa che ho realizzato l’ho creata perché, in quel periodo, ero convinto di volerla e doverla fare. Non ho pentimenti, ma sono consapevole del fatto che il tempo crea dei periodi nelle nostre vite e, spesso, molte cose o situazioni possono cambiare anche nella loro totalità.

Qual è una critica che ti è rimasta addosso e che, col tempo, hai riconosciuto come utile per crescere?

Molti anni fa, al liceo artistico Caravillani, il professor Vincenzo Stinga ci diede un compito: disegnare la nostra mano mentre disegnava la mano. Io avevo realizzato un ottimo lavoro, ma confidai al prof. che ero consapevole del fatto che ci fosse un piccolissimo difetto nelle proporzioni. Lui si avvicinò, prese le matite e scarabocchiò sul mio disegno, rovinandolo in maniera definitiva. Io rimasi scioccato e chiesi spiegazioni… Lui mi rispose dicendomi che non dovevo aver paura di rinunciare a qualcosa se non mi accontenta al 100%… Una grandissima lezione che porto con me per sempre nella mia esistenza.

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