Sab. Set 5th, 2026

Mother Mary, Anne Hathaway popstar in crisi nel nuovo film di David Lowery

Mother Mary, Anne Hathaway
Mother Mary, Anne Hathaway

Al centro di Mother Mary, il confronto tra una diva globale sull’orlo del collasso e la stilista che dieci anni prima aveva lasciato indietro: Anne Hathaway e Michaela Coel guidano un’opera ambiziosa, visiva e non sempre immediata

Mother Mary è il nuovo film scritto e diretto da David Lowery, regista di A Ghost Story e Sir Gawain e il Cavaliere Verde. Prodotto da A24, il lungometraggio arriva al cinema in Italia dal 14 maggio, distribuito da I Wonder Pictures in collaborazione con Wise Pictures.

La protagonista è Mary, popstar mondiale interpretata da Anne Hathaway. La sua vita è costruita su tournée, coreografie, immagini studiate e un apparato produttivo che controlla ogni dettaglio della sua identità pubblica. Dietro la superficie dello spettacolo, però, resta una frattura privata. Alla vigilia di un concerto decisivo, Mary si reca a Londra da Sam Anselm, stilista interpretata da Michaela Coel, per chiederle l’abito destinato alla performance.

La richiesta professionale riapre un rapporto interrotto da dieci anni. Tra le due donne emergono amore, rancore, dipendenza creativa e un passato mai ricomposto. Lowery costruisce così un film che usa la musica pop non come semplice cornice, ma come spazio di esposizione del corpo, del trauma e dell’immagine.

Anne Hathaway e Michaela Coel, il centro del film

Il cuore di Mother Mary è nel confronto tra Anne Hathaway e Michaela Coel. La prima lavora sul contrasto tra la figura della diva e la fragilità della donna che la sostiene. La seconda dà corpo a un personaggio trattenuto, diffidente, segnato da una ferita che il ritorno di Mary riporta in superficie.

Il rapporto tra Mary e Sam non viene spiegato in modo didascalico. È affidato ai dialoghi, ai silenzi, agli sguardi e alla tensione fisica tra le due protagoniste. Il film procede spesso come un dramma da camera, con una struttura quasi teatrale: pochi personaggi, un luogo dominante, una serie di scontri verbali che trasformano la creazione dell’abito in una resa dei conti.

In questo equilibrio, Hunter Schafer compare nei panni di Hilda, assistente di Mary, all’interno di un cast prevalentemente femminile che comprende anche Kaia Gerber, Jessica Brown Findlay, Alba Baptista, Sian Clifford e FKA Twigs.

Il fienile gotico come spazio mentale

Gran parte del film si svolge nell’atelier di Sam, un antico fienile gotico riadattato a laboratorio creativo. Lowery lo usa come spazio chiuso e instabile, sospeso tra realtà, memoria e percezione alterata. Non è soltanto un luogo fisico, ma il contenitore delle tensioni tra le protagoniste.

La fotografia di Andrew Droz Palermo accentua questa dimensione sospesa. La luce fredda degli ambienti diurni e le ombre più dense delle scene notturne trasformano il fienile in una zona di confine. Il film si muove tra melodramma, cinema psicologico e suggestioni horror, senza aderire completamente a un solo genere.

Il risultato è un’opera visivamente controllata, a tratti rarefatta, che privilegia l’atmosfera rispetto alla progressione narrativa tradizionale. La componente gotica inglese resta centrale, anche se non sempre il film riesce a dare pieno corpo ai suoi lati più oscuri.

Musica, moda e performance

In Mother Mary la musica ha un ruolo strutturale. Le canzoni originali coinvolgono Charli xcx, FKA Twigs e Jack Antonoff, chiamati a costruire un universo pop credibile per la protagonista. I brani non funzionano come semplice accompagnamento, ma come estensione dell’identità di Mary e del conflitto che la attraversa.

Tra i titoli citati nel film figurano Burial, Holy Spirit e Cut Ties, legati alla dimensione performativa della protagonista. La credibilità della popstar interpretata da Hathaway passa anche da questo lavoro musicale, che evita l’effetto imitativo e cerca invece una presenza autonoma.

Altrettanto rilevante è la moda. L’abito richiesto a Sam diventa il punto di convergenza tra immagine pubblica, ferita privata e trasformazione personale. I costumi sono firmati da Bina Daigeler, mentre l’abito finale è legato al lavoro di Iris van Herpen. In un film costruito sul corpo esposto e sul controllo dell’immagine, il costume assume una funzione narrativa precisa.

Un film complesso, non sempre accessibile

Mother Mary non è un musical convenzionale, né un horror in senso stretto. Lowery costruisce un melodramma psicologico che si avvicina alla seduta psicanalitica, al teatro e al racconto di fantasmi interiori. Il film parla di successo, ossessione, tradimento, desiderio e identità artistica, ma lo fa attraverso una forma densa, spesso verbosa, che richiede attenzione.

La parte iniziale può risultare meno fluida, soprattutto per l’insistenza dei dialoghi e per una narrazione che preferisce l’accumulo emotivo alla chiarezza immediata. La messa in scena, però, resta coerente con il progetto: trasformare il tormento delle protagoniste in immagini, suoni, tessuti e gesti.

Lowery conferma il suo interesse per i luoghi sospesi e per i personaggi schiacciati dal peso del passato. Qui la dimensione sacrale già presente nel suo cinema incontra il linguaggio del pop contemporaneo, con esiti ambiziosi ma diseguali.

Il rapporto queer tra Mary e Sam

Il legame tra Mary e Sam è uno degli elementi centrali del film. La relazione tra le due donne è raccontata come una forma di amore interrotto, mai davvero concluso, ancora presente nei gesti e nelle parole trattenute. Il film non forza la spiegazione, ma lascia emergere il desiderio e la ferita attraverso la tensione del loro incontro.

Il titolo Mother Mary richiama un immaginario religioso e iconografico che il film rilegge attraverso la figura della popstar: madre, martire, corpo pubblico, oggetto di adorazione e sacrificio. In questa sovrapposizione tra sacro e spettacolo, Lowery cerca il punto di contatto tra culto religioso e culto della celebrità.

Il giudizio su Mother Mary

Mother Mary è un film ambizioso, elegante e irregolare. Le interpretazioni di Anne Hathaway e Michaela Coel sostengono l’intera struttura, dando concretezza a un’opera che rischia più volte l’astrazione. La cura visiva è evidente, così come la volontà di fondere melodramma, musica, moda e inquietudine gotica.

Non tutto trova la stessa forza. Alcuni passaggi restano più dichiarati che risolti, e la componente horror non sempre raggiunge la densità promessa. Il film, però, conferma David Lowery come un autore interessato a lavorare sui confini: tra genere e cinema d’autore, tra corpo e immagine, tra amore e possesso, tra performance e identità.

Mother Mary non cerca una fruizione immediata. È un’opera costruita per accumulo, più sensoriale che narrativa, più interessata alle ferite dei personaggi che alla loro spiegazione. Un melodramma pop cupo e controllato, che trova nei suoi volti e nel suo impianto visivo i punti più solidi.

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