In libreria per Fandango, il libro del giornalista Simone Alliva entra in una zona ancora poco raccontata: quella del ChemSex, delle dipendenze e delle ferite invisibili nella comunità queer maschile contemporanea…
“Vertigine” di Simone Alliva, edito da Fandango Libri nella collana Documenti, è un libro che parte dal ChemSex ma non si esaurisce nel racconto di una pratica. Il sesso sotto effetto di sostanze diventa il punto d’ingresso in un territorio più ampio, fatto di corpi, desideri, dipendenze, salute mentale, app di incontri, lutti, vergogna e bisogno di appartenenza.
Alliva non scrive un libro scandalistico. Non costruisce una denuncia morale contro la notte, contro il sesso o contro la comunità queer. Il suo lavoro è più complesso: osserva un fenomeno sommerso e prova a restituirne la stratificazione. Il risultato è un testo che alterna inchiesta giornalistica, testimonianza, analisi sociale e racconto intimo. Una narrazione che dà molte informazioni, ma soprattutto costringe a collegarle.
Il ChemSex come vertigine del presente
Nel libro, il ChemSex non è raccontato solo come l’uso di sostanze durante rapporti sessuali prolungati. È anche una forma di accelerazione del desiderio. Una promessa di libertà, disinibizione, resistenza, intensità. Ma proprio lì si apre la contraddizione: ciò che sembra liberare può diventare rapidamente un dispositivo di dipendenza.
Le stanze private, le app, gli incontri che durano ore o giorni, i corpi che cercano piacere e conferma, compongono un paesaggio che Alliva descrive senza compiacimento. La notte non è mai soltanto notte. È un luogo mentale. Uno spazio in cui si accumulano solitudine, attesa, euforia, perdita di controllo, bisogno di essere scelti.
Il titolo, “Vertigine”, funziona perché tiene insieme questi piani. La vertigine è quella chimica, certo. Ma è anche quella emotiva: il momento in cui il piacere smette di essere soltanto piacere e diventa ricerca di una sospensione. Dalla vergogna, dal rifiuto, dalla fatica di sentirsi inadeguati.
Il Ghb e le morti difficili da nominare
Uno dei nuclei più forti del libro riguarda il Ghb, sostanza ricorrente nei contesti ChemSex. Alliva ne racconta la diffusione, l’accessibilità, il costo relativamente basso e soprattutto la pericolosità legata al dosaggio. Bastano quantità minime per passare dall’euforia allo svenimento, dalla disinibizione al vuoto di memoria, fino al rischio di overdose.
Le pagine dedicate al Ghb sono tra le più giornalistiche e, insieme, tra le più inquietanti. Perché il problema non è solo la sostanza in sé. È anche la sua invisibilità statistica. In Italia, scrive Alliva, mancano numeri certi e strumenti sufficienti per comprendere fino in fondo quante morti, malori o episodi gravi siano collegati all’assunzione di Ghb.
Questo è uno dei passaggi centrali del libro: ciò che non viene rilevato, contato e nominato resta ai margini. Le morti possono diventare incidenti generici, i malori episodi privati, le dipendenze storie da non raccontare. Alliva insiste su questo vuoto di conoscenza e lo trasforma in una domanda pubblica: come si può intervenire su un fenomeno che continua a restare sommerso?
Una comunità più visibile, ma ancora vulnerabile
“Vertigine” racconta una generazione queer maschile più visibile rispetto al passato, ma non per questo necessariamente più libera. È una delle tensioni più interessanti del libro. Le app hanno ampliato le possibilità di incontro. Le parole dell’identità sono più diffuse. La rappresentazione pubblica è cresciuta. Eppure, sotto questa superficie, continuano ad agire esclusione, omofobia interiorizzata, paura, pressione estetica e solitudine.
Alliva non descrive la comunità queer come un blocco compatto. Al contrario, ne mostra le fratture interne. Racconta luoghi in cui ci si dovrebbe riconoscere e proteggere, ma dove spesso si riproducono altre gerarchie: tra corpi desiderabili e corpi scartati, tra maschile e femminile, tra giovinezza e invecchiamento, tra performance e fragilità.
Il libro è efficace proprio quando evita la semplificazione. Non dice che il ChemSex nasce da una sola causa. Non riduce tutto alla droga, né tutto allo stigma. Mostra invece una rete di fattori: salute mentale, isolamento, pressione sociale, ricerca di appartenenza, bisogno di amore, paura di non valere abbastanza.
Il corpo come selezione
Tra i temi più incisivi c’è quello del corpo. In alcune pagine, Alliva si sofferma sulla gerarchia del desiderio dentro una parte della socialità gay maschile. Muscoli, magrezza, giovinezza, virilità, capacità di apparire sempre disponibili e performanti diventano criteri di accesso. Non solo estetici, ma sociali.
Il corpo non è più soltanto il luogo del piacere. Diventa biglietto da visita, prova di valore, elemento di classificazione. Chi non corrisponde al modello rischia di restare fuori. Chi vi corrisponde, spesso, deve continuare a dimostrarlo. È un meccanismo che produce desiderio ma anche ansia, conferma ma anche dipendenza dallo sguardo altrui.
In questo senso, il libro parla anche di cultura visuale contemporanea. Le app non inventano da sole la selezione, ma la rendono più rapida, più esplicita, più brutale. Il rifiuto diventa immediato. La disponibilità sembra infinita. L’incontro è sempre possibile, ma non sempre genera relazione. È uno dei paradossi più lucidi di “Vertigine”: essere sempre connessi non significa essere meno soli.
Minority stress e salute mentale
Uno degli aspetti più importanti del libro è l’attenzione al minority stress, cioè lo stress cronico che può colpire chi appartiene a una minoranza discriminata. Alliva lo affronta non come formula sociologica, ma come chiave per comprendere molte delle fragilità raccontate.
Lo stigma non ferisce soltanto quando diventa insulto o aggressione. Può agire molto prima, nella paura di essere scoperti, nel controllo dei gesti, nella necessità di prevedere il giudizio degli altri, nell’abitudine a difendersi. Può entrare nel corpo, nella sessualità, nelle relazioni, nel modo in cui una persona impara a desiderare o a farsi desiderare.
Da qui deriva una parte della forza scientifica del libro. Alliva non separa mai il dato dalla vita. Le ricerche su depressione, ansia, isolamento, suicidio e abuso di sostanze vengono inserite dentro un discorso più ampio: non basta parlare di comportamenti individuali se non si guarda il contesto che li produce o li amplifica.
Violenza, abuso e silenzio
Il libro affronta anche il tema della violenza sessuale, soprattutto nei contesti in cui sostanze, perdita di coscienza e vulnerabilità rendono più difficile riconoscere ciò che è accaduto. È un passaggio delicato, che Alliva tratta senza trasformarlo in centro spettacolare del racconto.
La questione riguarda il consenso, la memoria, la possibilità di dire no, ma anche la difficoltà di denunciare. Per molti uomini gay e bisessuali, parlare di abuso significa esporsi due volte: come persone che hanno subito violenza e come soggetti che spesso non trovano un linguaggio sociale pronto ad accoglierne la vulnerabilità.
In queste pagine “Vertigine” diventa più duro. Perché mostra quanto possa essere fragile il confine tra esperienza vissuta e rimozione. Il silenzio non è sempre negazione. A volte è paura. A volte è vergogna. A volte è l’unico modo che una persona conosce per continuare a stare in piedi.
Un libro che non assolve e non condanna
La qualità principale di “Vertigine” è la sua capacità di non cercare una spiegazione unica. Il ChemSex non viene presentato come devianza, né come semplice scelta privata. È un fenomeno che riguarda la salute pubblica, la cultura del desiderio, la solitudine urbana, il rapporto tra corpo e identità, la difficoltà di costruire relazioni fuori dalla performance.
Alliva non assolve e non condanna. Ascolta, collega, documenta. La sua scrittura procede per accumulo: testimonianze, dati, studi, storie personali, morti, ricadute, tentativi di cura. A volte la densità del materiale è forte, quasi faticosa. Ma è una fatica coerente con il tema. Il libro non vuole semplificare ciò che semplice non è.
Questa è forse la ragione per cui “Vertigine” resta addosso. Non perché racconti un mondo lontano, ma perché mostra quanto siano riconoscibili alcune sue dinamiche: il bisogno di essere visti, la paura di essere esclusi, la ricerca di un’intensità che compensi il vuoto, la difficoltà di chiedere aiuto quando tutto intorno ti chiede di sembrare forte.
Una recensione del dolore contemporaneo
“Vertigine” è un libro sul ChemSex, ma anche qualcosa di più. È una riflessione sulla fragilità maschile queer, sulla salute mentale, sulle zone d’ombra della liberazione sessuale, sui limiti di una società che riconosce alcune identità ma fatica ancora ad accoglierne il dolore.
Il suo merito è dare strumenti senza togliere complessità. Informare senza trasformare le persone in casi clinici. Raccontare la dipendenza senza ridurre chi la vive alla dipendenza stessa. In questo equilibrio tra dato e umanità sta la parte più riuscita del libro.
Alliva porta il lettore dentro una realtà spesso rimossa, anche perché scomoda da guardare. Ma il punto non è solo scoprire cosa accade in certe stanze, in certe notti, in certe app. Il punto è capire quali condizioni rendano quelle stanze, quelle notti e quelle app luoghi di rifugio e di rischio insieme.
“Vertigine” è un libro necessario perché non cerca lo scandalo, ma la comprensione. Racconta il ChemSex come fenomeno sanitario e sociale, ma soprattutto come sintomo di un bisogno più profondo: essere riconosciuti, desiderati, protetti. Anche quando il desiderio diventa perdita. Anche quando la libertà assomiglia, pericolosamente, a una forma di abbandono.
Scheda del libro
Titolo: Vertigine
Autore: Simone Alliva
Editore: Fandango Libri
Collana: Documenti
Anno: 2026
Prezzo: 16,50 euro
ISBN: 9791256362028
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Di origini salentine, vivo e lavoro a Roma dal 2005. Ho imparato a leggere a 2-3 anni. Per scrivere ho dovuto aspettare i 4. Da allora non mi sono più fermato. La scrittura è la mia vita, la mia conoscenza, la mia memoria. Nonché il mio lavoro. Che mi aiuta a crescere ed imparare. Per non sentirmi mai arrivato, per essere sempre affamato di conoscenza.

