La parola viene usata per romanzi, film, quadri, dischi, spettacoli e perfino oggetti comuni. Ma “capolavoro” non significa semplicemente opera famosa, riuscita o molto amata...
Nel linguaggio quotidiano capolavoro è diventato un termine elastico. Può indicare un quadro, un film, una canzone, un edificio, una scena teatrale. Spesso viene usato come sinonimo di “bellissimo” o “imperdibile”, ma il suo significato è più stratificato. La parola indica comunemente l’opera migliore di un artista, di uno scrittore o di una determinata epoca. Conserva però anche un significato legato al lavoro e alla prova di abilità: il capolavoro è anche l’opera che un lavoratore esegue per dimostrare la propria capacità professionale.
Dal mestiere alla critica
La storia del termine rimanda al rapporto tra opera e competenza. Il capolavoro non è soltanto qualcosa che piace: è un risultato che dimostra padronanza, capacità tecnica e pieno controllo dei mezzi espressivi. Questo elemento resta importante anche nell’uso culturale della parola. Quando viene applicato all’arte, alla letteratura o al cinema, il termine contiene un giudizio forte. Non basta che un’opera abbia successo. Deve essere riconosciuta come particolarmente alta nel percorso di un autore, in un genere, in una stagione culturale o in una tradizione.
Famoso non significa capolavoro
Un’opera può essere celebre senza essere automaticamente un capolavoro. La fama dipende da molti fattori: circolazione, mercato, riproduzioni, scuola, turismo, esposizione mediatica. Il capolavoro, invece, implica una valutazione più esigente. Anche il prezzo non basta. Un’opera molto costosa non diventa per questo un capolavoro; allo stesso modo, un’opera poco nota può avere un valore storico o formale molto alto. Confondere notorietà, valore economico e qualità critica è uno degli equivoci più comuni nel modo in cui si parla di cultura.
Il capolavoro nel percorso di un autore
Dire che un’opera è un capolavoro significa spesso collocarla dentro una traiettoria. Può essere l’opera in cui un artista raggiunge una particolare maturità formale, quella che rende riconoscibile il suo linguaggio, oppure quella che incide in modo duraturo sulla storia di un genere. Per questo il termine richiede cautela. Non ogni opera riuscita è un capolavoro. Non ogni opera importante lo è nello stesso modo. In alcuni casi il capolavoro coincide con il titolo più noto di una carriera; in altri, con un’opera meno popolare ma decisiva per capire una ricerca.
Una parola da non consumare
L’abuso della parola capolavoro la indebolisce. Se tutto è un capolavoro, nulla lo è davvero. Nel giornalismo culturale il termine dovrebbe essere usato con misura, perché non descrive soltanto: valuta. Usarlo bene significa chiedersi che cosa renda quell’opera necessaria nel suo contesto. La tecnica, la forma, l’invenzione, la posizione nella storia, la capacità di restare leggibile nel tempo. Senza questi elementi, capolavoro diventa una formula promozionale. Con questi elementi, torna a essere una parola critica.
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Di origini salentine, vivo e lavoro a Roma dal 2005. Ho imparato a leggere a 2-3 anni. Per scrivere ho dovuto aspettare i 4. Da allora non mi sono più fermato. La scrittura è la mia vita, la mia conoscenza, la mia memoria. Nonché il mio lavoro. Che mi aiuta a crescere ed imparare. Per non sentirmi mai arrivato, per essere sempre affamato di conoscenza.

