Il quadro del Mauritshuis non identifica una persona reale: è una “tronie”, uno studio di figura costruito con posa, costume e luce. Il film di Peter Webber assegna a quel volto un nome e una storia, trasformando un’immagine priva di biografia in un personaggio narrativo…
Johannes Vermeer dipinse La ragazza con l’orecchino di perla intorno al 1665. L’olio su tela, al Mauritshuis dell’Aia, misura 44,5 per 39 centimetri. Il museo lo definisce una tronie: non il ritratto destinato a conservare i tratti riconoscibili di una persona, ma una figura immaginaria che rappresenta un tipo. La giovane si volta sopra la spalla, inclina il capo e guarda fuori dal quadro. Indossa una veste color ocra e un copricapo formato da tessuti blu e gialli.
Un fondo trasformato dal tempo
Per molto tempo la figura è sembrata emergere da uno sfondo nero e uniforme. Le indagini scientifiche coordinate dal Mauritshuis hanno invece rilevato linee diagonali e variazioni cromatiche compatibili con una tenda verde ripiegata. L’effetto originario è quasi perduto per le trasformazioni fisiche e chimiche della pittura verde traslucida. L’oscurità visibile non era uno spazio vuoto, ma una superficie dipinta con una propria struttura.
Dal volto anonimo a Griet
Il film La ragazza con l’orecchino di perla, uscito nel 2003 e diretto da Peter Webber, deriva dal romanzo di Tracy Chevalier. Scarlett Johansson interpreta Griet, giovane domestica nella casa di Vermeer, impersonato da Colin Firth. Il racconto immagina il processo che conduce alla nascita del dipinto e attribuisce alla modella un’identità, una famiglia e una posizione nella società di Delft. Sviluppa narrativamente ciò che il quadro e gli archivi non permettono di sapere.
La pittura diventa messa in scena
Il richiamo a Vermeer non è limitato alla posa conclusiva. La fotografia di Eduardo Serra, le scenografie di Ben van Os e i costumi di Dien van Straalen costruiscono interni nei quali finestre, tende, tessuti e oggetti domestici organizzano la luce. Tutti e tre i reparti ricevettero una candidatura agli Academy Awards del 2004. Il film riprende così elementi visivi associati alla pittura di Vermeer senza presentarsi come una prova storica sulla genesi dell’opera. La citazione funziona sul piano dell’inquadratura, non su quello documentario.
Una perla fatta di pittura
Le ricerche del Mauritshuis hanno mostrato che l’orecchino è un’illusione ottenuta con tocchi chiari, traslucidi e opachi; non è visibile alcun gancio che lo colleghi all’orecchio. Le dimensioni rendono improbabile che si tratti di una perla naturale. Nel dipinto l’oggetto esiste soprattutto come riflesso luminoso; il cinema gli assegna invece consistenza materiale e funzione narrativa. Un dettaglio pittorico di pochi tocchi diventa così l’oggetto attorno al quale il film costruisce la propria storia.
Appassionato/a di arte, teatro, cinema, libri, spettacolo e cultura? Segui le nostre pagine Facebook, X, Google News e iscriviti alla nostra newsletter
Di origini salentine, vivo e lavoro a Roma dal 2005. Ho imparato a leggere a 2-3 anni. Per scrivere ho dovuto aspettare i 4. Da allora non mi sono più fermato. La scrittura è la mia vita, la mia conoscenza, la mia memoria. Nonché il mio lavoro. Che mi aiuta a crescere ed imparare. Per non sentirmi mai arrivato, per essere sempre affamato di conoscenza.

