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Dieci film per un decennio – The Master

Non una classifica dei dieci migliori film, ma una sorta di “mappa” che esplora territori e indaga specificità del cinema degli ultimi dieci anni. Nona tappa: The Master.

The Master
The Master

THE MASTER, USA 2012. Regia e seneggiatura di Paul Thomas Anderson. Cast: Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffman, Amy Adams, Laura Dern, Ambyr Childers, Rami Malek, Jesse Plemons.

La trama

Freddie Quell, reduce tormentato della Seconda Guerra mondiale, crede di trovare la propria guida in Lancaster Dodd, una sorta di medico-mistico il cui movimento, “La Causa”, trova sempre più consensi nell’America del secondo dopoguerra. I rapporti tra i due, però, non saranno mai limpidi; il maestro e il discepolo non diventeranno mai davvero tali, e non riusciranno a trovare quell’equilibrio che Freddie, disperatamente, andava cercando.

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I personaggi

Anderson raffigura due personaggi forti di una medesima ma opposta carica magnetica. Nella costruzione dei caratteri il regista lavora sul non detto; quello che gli interessa è l’analisi dei rapporti di forze in campo: scontri, incontri, sopraffazioni e sottomissioni. Il lavoro fatto sugli attori è straordinario. Joaquin Phoenix si piega su se stesso per far emergere le contorsioni della psiche di Freddie. È un personaggio in perpetuo movimento, serafico, ma anche feroce. Philip Seymour Hoffman incarna alla perfezione quel particolare misticismo americano, teatrale ed ambiguo. Amy Adams è la moglie di Dodd, padrona e sottomessa ad un tempo, illuminata e allucinata. Ma il lavoro sugli attori non tralascia nessuno dei comprimari (va citata almeno Laura Dern), fino all’ultima delle comparse. L’attenzione per i corpi, le facce, i dettagli anche minimi è enorme; raramente in un film hollywoodiano si vedono nudi tanto autentici, normali, imperfetti, umani.

The Master - Philip Seymour Hoffman e Joaquin Phoenix
The Master – Philip Seymour Hoffman e Joaquin Phoenix

Una nazione alla ricerca di una guida

Lo spaccato degli Stati Uniti è fedele e ricostruito con elegante perfezione: una nazione sospesa tra l’euforia per la guerra vinta e lo spaesamento dei reduci. Un’America in pieno boom eppure già alla ricerca di una rinascita. Anderson rappresenta una nazionedesiderosa di una guida e di un culto che si ponga innanzitutto come bene e bisogno indotto, per una nazione bigotta e puritana. L’accento infatti non è posto tanto sulla setta, quanto sulla società pronta a farsi permeare da essa; l’ennesima nuova e rassicurante rotta da seguire, da cui farsi condurre in porto. Non a caso il film instaura un parallelismo forte con Elmer Gantry, film del 1960 di Richard Brooks, tratto da un romanzo di Sinclair Lewis. Anche quel film indagava il rapporto tra la religione-spettacolo dei predicatori e la manipolazione delle masse.

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Il grande romanzo americano

Anderson con questo film ha affinato una tecnica narrativa da grande romanzo americano. Il suo cinema segna la via per un nuovo classicismo. Il regista supera Eastwood e si riappropria del debordante Cimino; ma soprattutto ricongiunge la propria strada cinematografica con quella di Stroheim e degli albori di una grandeur che pareva ormai impraticabile. Il suo classicismo passa anche attraverso la scelta d’un formato “obsoleto” come la pellicola 65 millimetri. Il rifiuto dello standard ignora non solo il digitale, ma rispolvera il formato di Ben Hur e di 2001 Odissea nello Spazio. Paul Thomas Anderson è uno dei pochi registi capaci di rendere ancora poetici e attualissimi i fondamentali del cinema. La profondità di campo, il piano-sequenza, una carrellata laterale, un primo piano, l’uso narrativo della colonna sonora (di Johnny Greenwood dei Radiohead) lo portano ad una purezza dell’immagine di rara semplicità. Il cinema in sé.

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