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La soggezione creativa e il grande rispetto per l’arte di Paolo Berti

Last Updated on 13/02/2022

Con le sue tele, sin dagli anni ’70, Paolo Berti ha provato a raccontare la realtà che lo circonda, tra dubbi, paure ed amori. Tanto studio, passione e dedizione gli hanno permesso di attraversare le epoche che si sono succedute con la consapevolezza del ruolo che un artista dovrebbe avere nella società contemporanea

Paolo Berti è un pittore, esperto d’arte, curatore, scrittore e giornalista. “Ambasciatore” di Be**pArt, la più grande mostra d’arte collettiva al mondo ideata dall’Atelier Montez di Giò Montez, al suo attivo conta quasi duemila opere ed è a tutti gli effetti un veterano nel vasto mondo dell’arte contemporanea italiana. Con le sue tele, sin dagli anni ’70, ha provato a raccontare la realtà che lo circonda, i suoi dubbi, paure ed amori. Tanto studio, passione e dedizione hanno permesso a Berti di attraversare le epoche che si sono succedute con la consapevolezza del ruolo che un artista dovrebbe avere nella società contemporanea. In ogni sua tela, da quelle più datate a quelle più recenti, è possibile ritrovare questo forte ed intenso amore per l’Arte. Con la gentilezza e la schiettezza che lo contraddistinguono, ecco cosa ha raccontato a noi di Uozzart.

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Paolo Berti, le andrebbe di scattare una istantanea sullo stato dell’Arte contemporanea?

Volentieri. Ma quello che dirò è solo la mia personale opinione. Ritengo che l’irruzione del metodo informatico “social” nella promozione di artisti ed opere degli stessi, abbia provocato una grande confusione generale. Dando visibilità a folle di “presunti artisti”, mettendo in minoranza chi merita davvero. La scelta per vocazione che fu di Modigliani, Picasso, Balla e tanti altri notevoli interpreti dell’Arte del 900 non c’è più.

Ci provano molti giovani vedo, ma solo pochissimi ce la faranno. Molti altri si perderanno nel tempo della vita. Il citazionismo e l’emulazione o, peggio, l’imitazione, sono dilaganti. Più uno è bravo ad usare i social e photoshop, più è visibile. Nella già avvenuta dimenticanza della grande arte di cui abbiamo goduto fino al 2000, questo elemento mistificatorio è un passaggio in più per una decadenza verso astruse forme autoreferenziali e, a caduta libera, di citazionisti furbetti.

Praticamente per me l’arte da ammirare, da cui imparare e di cui godere, si ferma alla fine del XX secolo. Per questi primi ventidue anni del XXI, oltre a notare una grande rinascita del figurativo, elemento facilmente leggibile ai più, le nebbie si debbono ancora diradare per vederci chiaro e stabilire cosa sia veramente Arte che passerà alla storia futura e segnerà un’epoca. Esattamente come è avvenuto con il futurismo, il cubismo, il decadentismo e così via. Io nel mio piccolo, guardo e spesso faccio ma, sinceramente, navigo a vista. Nel dubbio, perdendomi e ritrovandomi con notevolissima fatica.

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Purtroppo assistiamo ancora oggi, dopo quasi due anni, a come il COVID-19 abbia completamente cambiato la percezione del Mondo di ognuno di noi. Secondo lei, questa pandemia globale sta cambiando anche il mondo dell’arte? In che modo?

Le difficoltà incontrate nel far circolare dal 2020 la gente nelle mostre, negli eventi e nell’incontro generalmente inteso, ha di sicuro frenato la fruizione e rallentato la sensibilizzazione verso l’Arte e i grandi eventi museali o piccole iniziative espositive. Ha però permesso un riflessivo ripiegamento degli artisti sul loro “stato di ricerca creativa”, permettendo loro di sperimentare ed anche aprirsi verso le nuove forme, tra cui la digital-art, che già appaiono all’orizzonte. La stasi non ha mai fatto bene. Il doversi fermare ha provocato danni sia sul mercato che nello stesso slancio creativo degli artisti. Ho timore che il futuro non prometta cambiamenti culturalmente rilevanti.

Che futuro prevede per l’Arte contemporanea?

Non so, anche io sono molto confuso su questa domanda delle cento pistole. Intanto occorrerebbe identificare ciò che ad oggi sia veramente arte. Ridare all’arte visiva il ruolo di linfa culturale, così come fu nel novecento, potrebbe essere un obiettivo necessario. Ma se la qualità e la pessima quantità non vengono definitivamente separate sarà difficile.

Nel mio piccolo opero in arte obbedendo ai vecchi stilemi. Disegno a mano libera, imprimiture artigianali, mestiche con ottimi pigmenti, molta soggezione nel creare e profondo rispetto alla nostra grande pittura passata. Ma sento che siamo al tramonto con queste mie pratiche, che costano molta fatica e danno pochi risultati se comparate al circo barnum di oggi, dove c’è il ruffianismo professionale, il clientelismo, l’imbroglio curriculare. Più tutta una serie di attività tese, come già dicevo, ad un assoluto primato autoreferenziale, con l’uso di ogni mezzo tecnico e informatico, purché si raggiunga lo scopo.

Tre delle opere di Paolo Berti

Vuole darci la sua definizione di Arte? Che significato ha questa sfaccettata parola per lei?

Arte!!! Una parola che per me rappresenta una Dea irraggiungibile, un amore sempre in tensione. Per me, e su questo in tutta la mia vita ho tentato di esserlo, dirsi artisti significa vivere una profonda passione culturale, interdisciplinare, colta e lucida. La pittura e la scultura obbligano a sapere, a conoscere, a vivere sapendo, e per sapere occorre studiare.

I pittori non credo debbano essere solo pittori, ma l’occhio curioso e lo sguardo attento che hanno devono girarlo verso la quotidianità, per i grandi e piccoli fatti della storia che vivono. L’arte non mi rende speciale. Quanti sono quelli che si vantano di essere Pittori o peggio Artisti, sentendosi così realizzati e in automatico annessi vanamente al mondo dei privilegiati, degli intelligenti e degli speciali?

L’arte mi rende pensieroso e spesso triste o inadeguato a comprendere ciò che avviene intorno a me. E il pensiero di non essere in grado di alimentare la mia ansia di rappresentarlo e di essere un uomo del mio tempo, mi fa cadere spesso in un vuoto tragico.

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Olio, tempera, acquerello, sono molte le tecniche che padroneggia. C’è un criterio con il quale seleziona queste tecniche prima di dipingere? Oppure il suo approccio alla pittura è più istintivo e non bada molto alla tecnica utilizzata?

Ogni tecnica è un mezzo. Ci vuole quando necessita rendere ciò che la mente detta alla mano. Amo molto il disegno a mano libera, non spingendomi verso la perfezione accademica, ma cercando nel tratto quella forza che in molti bozzetti ho visto tra i maestri antichi e moderni. Gli olii danno garanzia di brillantezza e durata, ma chiedono tempo e pazienza. Le terre, gli acquerelli e le tempere, sono immediate e spesso per me utili per comporre di pancia quello che ho in mente. Ma devo ancora imparare, studiare molto e non so se ce la farò.

Delle quasi 2000 opere prodotte ce n’è una a cui si sente particolarmente legato? Per quale motivo?

Sì, sono un numero alto. Amo un grande olio che ho realizzato per la “Trilogia dei ricordi – La crisi di Cuba”. Si tratta di un mio autoritratto da bambino e, in questa trilogia composta da altri due quadri, ci sono i ritratti dei miei figli anch’essi bambini. Ed amo ancora il mio San Francesco su tavola che ha avuto il privilegio di essere sotto le volte della Basilica Inferiore di Assisi nel 2009 ed è ora permanentemente esposto presso una Chiesa francescana.

Trilogia dei ricordi – La crisi di Cuba

Paolo Berti, vorrebbe raccontarci a cosa sta lavorando in questo momento? Ha dei progetti che vedranno la luce a breve?

Incomincio ad avere settant’anni e sono lucidamente conscio che tempo ed energie possano ridursi. Ma vorrei concludere almeno due serie di opere per “Viaggio intorno a noi” e “Sei tu?”. La prima riguarderà le bellezze e lo spirito che ancora le anima, presenti e solennemente immanenti intorno a noi appunto. La seconda serie invece cercherà, attraverso i gesti di una mano sempre presente, di indicare ogni debolezza e forza personali di ciascuno di noi. I nostri difetti e pregi, come in uno specchio. Ognuno, forse, nel suo intimo si ritroverà in esse, o in una o tante di esse. Spero di farcela!

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