Gio. Apr 2nd, 2026

Il manoscritto bruciato di Dino Campana

Dino Campana
Dino Campana

Prima della pubblicazione dei Canti Orfici, Dino Campana aveva consegnato un manoscritto alla redazione della rivista Lacerba. Era il 1913…

Prima della pubblicazione dei Canti Orfici, Dino Campana aveva consegnato un manoscritto alla redazione della rivista Lacerba. Era il 1913. Il testo, intitolato Il più lungo giorno, fu smarrito, o secondo alcuni distrutto per errore. Campana, dopo averne persa ogni traccia, lo ricostruì interamente a memoria. Quel gesto, che sfiora la leggenda, è alla base di uno dei libri poetici più originali del Novecento.

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Un testo perduto

Campana, visionario e instabile, aveva redatto il manoscritto tra Firenze e Marradi. Conteneva prose poetiche, frammenti lirici, lettere. Quando lo affidò a Soffici e Papini, non ricevette risposta. Dopo mesi, lo dichiararono irreperibile. Campana, disperato, li accusò pubblicamente di averlo gettato.

La riscrittura

In pochi mesi, Campana ricopiò tutto, affidandosi al ricordo e alla trance poetica. Il risultato fu Canti Orfici, stampato a proprie spese nel 1914, oggi considerato un capolavoro assoluto. Ma resta il dubbio: quanto del libro originario è stato realmente “salvato”? E cosa è andato perduto per sempre?

Una traccia riemersa

Nel 1971 fu scoperta una versione incompleta del manoscritto originale in una cartella privata di Soffici. Conteneva brani poi confluiti nei Canti, ma anche varianti sconosciute. Il confronto tra le due versioni mostra quanto la perdita abbia agito da detonatore creativo: l’oblio come riscrittura.

Il manoscritto bruciato non è solo un fatto letterario. È il mito di un poeta che riscrive se stesso dalla perdita. Un’opera “fuori catalogo” perché ha vissuto due volte: come esistenza e come resurrezione.

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