Inventari medicei del 1684 citano un «busto di donna pittrice, mano sul pennello, scolpito in marmo bianco» conservato nella Villa di Castello. La descrizione corrisponde a un ritratto di Artemisia Gentileschi…

Inventari medicei del 1684 citano un «busto di donna pittrice, mano sul pennello, scolpito in marmo bianco» conservato nella Villa di Castello. La descrizione corrisponde a un ritratto di Artemisia Gentileschi eseguito, secondo l’attribuzione coeva, dallo scultore Pietro Tacca.
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La traccia che svanisce
Nel 1737 l’opera fu trasferita a Palazzo Pitti; poi il silenzio. Le guide ottocentesche non la menzionano. Durante la Seconda guerra mondiale i depositi granducali subirono spostamenti frenetici: fra casse disperse in Toscana e convogli diretti verso l’Alto Adige, il busto scomparve.
Voci di convento
Nel 1968 una ricognizione della Soprintendenza segnalò un busto femminile anonimo nella sacrestia di un monastero ai piedi del Monte Amiata. La somiglianza con la descrizione secentesca era forte, ma il marmo presentava restauri invasivi e la documentazione non bastò. Da allora, di quell’oggetto non si parla più: è forse ancora lì, senza nome.
Un volto senza volto
La perdita di un’immagine scultorea di Artemisia pesa perché sarebbe la più antica effigie tridimensionale di una pittrice europea. Oggi resta solo l’inventario: poche righe che testimoniano un riconoscimento precoce del suo valore. L’opera manca, ma il ricordo della sua esistenza continua a modellare la storia dell’artista.
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Di origini salentine, vivo e lavoro a Roma dal 2005. Ho imparato a leggere a 2-3 anni. Per scrivere ho dovuto aspettare i 4. Da allora non mi sono più fermato. La scrittura è la mia vita, la mia conoscenza, la mia memoria. Nonché il mio lavoro. Che mi aiuta a crescere ed imparare. Per non sentirmi mai arrivato, per essere sempre affamato di conoscenza.

