Dal 1952 lo sloveno Zoran Mušič prese casa in Fondamenta Nuove. Saliva ogni giorno sul solaio per disegnare tegole, comignoli e canali a volo d’uccello…

Dal 1952 lo sloveno Zoran Mušič prese casa in Fondamenta Nuove. Saliva ogni giorno sul solaio per disegnare tegole, comignoli e canali a volo d’uccello. Il suo taccuino fotografico – oggi al CRAF di Spilimbergo – unisce scatti e schizzi: Venezia è vista dall’alto, spogliata di gondole e turisti.
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La luce in bilico
Mušič amava l’inverno lagunare: nebbia che cancella i campanili, riflessi senza colore. Nei cicli Siamo qui per restare e Paysages Vénitiens gli scorci diventano passi a due tra ombra fredda e ocra calcinata. La città perde l’acqua e resta architettura sospesa.
Lo sguardo della memoria
Deportato a Dachau nel ’44, Mušič cercava a Venezia una quiete opposta all’orrore. Per questo i tetti appaiono fermi, immutabili, quasi allegorici: non cartolina ma rifugio. Fotografava per fissare la geometria, poi dipingeva per attraversare il silenzio.
Camminare sulle altane
Chi oggi sale sulle terrazze di Palazzo Contarini del Bovolo ritrova quella visione: linee orizzontali interrotte da guglie, una laguna che in lontananza sembra pietra. È la Venezia di Mušič, nuda e resistente, lontana dai cliché ma più vera del vero.
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Di origini salentine, vivo e lavoro a Roma dal 2005. Ho imparato a leggere a 2-3 anni. Per scrivere ho dovuto aspettare i 4. Da allora non mi sono più fermato. La scrittura è la mia vita, la mia conoscenza, la mia memoria. Nonché il mio lavoro. Che mi aiuta a crescere ed imparare. Per non sentirmi mai arrivato, per essere sempre affamato di conoscenza.

