Gio. Mag 28th, 2026

Backrooms, l’horror di Kane Parsons porta al cinema la leggenda nata sul web

Backrooms, l’horror di Kane Parsons porta al cinema la leggenda nata sul web
Backrooms, l’horror di Kane Parsons porta al cinema la leggenda nata sul web

Dal fenomeno virale di YouTube al film prodotto da A24, Backrooms arriva nelle sale italiane con Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve. Un incubo analogico costruito tra stanze infinite, memoria distorta e paure nate nel linguaggio della rete

L’horror Backrooms arriva al cinema italiano dal 27 maggio 2026, distribuito da I Wonder Pictures. Il film segna il debutto nel lungometraggio di Kane Parsons, autore diventato noto nel 2022 con una serie di video pubblicati su YouTube e ispirati alla leggenda digitale delle Backrooms.

Il fenomeno nasce nel 2019 su 4chan, a partire da un’immagine di ambienti vuoti, pareti giallastre e luci al neon. Da lì prende forma una creepypasta fondata su un’idea semplice: scivolare fuori dalla realtà e finire in un labirinto di stanze anonime, teoricamente infinito, dove qualcosa potrebbe muoversi nell’ombra.

La trama di Backrooms

Il protagonista è Clark, interpretato da Chiwetel Ejiofor. È un architetto in crisi, separato dalla compagna, costretto a vivere nel proprio negozio di mobili. La sua quotidianità è segnata da fallimenti personali, alcol e sedute con la terapeuta Mary Kline, interpretata da Renate Reinsve.

Nel seminterrato dello showroom, Clark scopre un varco verso una dimensione impossibile: corridoi senza logica, stanze identiche, spazi che sembrano replicarsi e deformarsi. La scoperta diventa presto un’ossessione. Il labirinto non è soltanto un luogo fisico, ma una proiezione della memoria, del trauma e della difficoltà di distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è più.

Kane Parsons, da YouTube al grande schermo

Kane Parsons aveva sedici anni quando ha pubblicato il primo corto ispirato alle Backrooms. Il video, costruito con estetica found footage, disturbi analogici e modellazione digitale, ha imposto una precisa grammatica visiva: immagini sporche, qualità VHS, luci fluorescenti, silenzi interrotti da rumori elettronici.

Con il film, Parsons amplia quell’universo senza limitarsi alla forma del corto virale. Backrooms mantiene l’impronta dell’analog horror, ma prova a trasformarla in racconto cinematografico, affiancando alle sequenze di esplorazione una linea psicologica centrata sul rapporto tra Clark e Mary.

Cast e squadra tecnica

Accanto a Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve, il progetto coinvolge una squadra tecnica legata al cinema indipendente e di genere. La fotografia è di Jeremy Cox, il montaggio di Greg Ng, la scenografia di Danny Vermette, i costumi di Mica Kayde. Le musiche sono firmate da Edo Van Breemen insieme allo stesso Parsons.

Il film è prodotto nell’orbita di A24, casa che negli ultimi anni ha consolidato una linea riconoscibile nel cinema horror contemporaneo, puntando spesso su autori giovani, immaginari anomali e progetti a basso o medio budget.

Un horror più mentale che esplicito

Backrooms lavora meno sullo spavento immediato e più sulla costruzione di un disagio persistente. Il film usa spazi liminali, corridoi vuoti e stanze ripetute per raccontare una perdita di orientamento che riguarda anche la psiche del protagonista.

Il risultato è un horror che parte dalla paura dell’ignoto, ma la sposta verso la memoria, la ripetizione e la percezione alterata degli ambienti. Il labirinto diventa un’estensione dello stato mentale di Clark: un luogo dove ogni stanza sembra già vista, ma nessuna offre davvero una via d’uscita.

Il punto critico: lo spunto e la scrittura

L’idea alla base di Backrooms resta forte: trasformare una leggenda nata dal web in un racconto visivo sullo smarrimento contemporaneo. Il film mostra una notevole cura nell’atmosfera, nella costruzione degli spazi e nell’uso dell’immaginario analogico.

La parte più fragile è la struttura narrativa. La sceneggiatura, firmata da Will Soodik, non sempre riesce a sostenere la forza dell’intuizione iniziale. Il passaggio dal corto virale al lungometraggio rende più evidente la distanza tra suggestione e racconto: le stanze funzionano come immagine, meno come progressione drammatica.

Perché Backrooms parla al presente

Il successo delle Backrooms non dipende solo dall’estetica horror. Alla base c’è una paura riconoscibile: quella di trovarsi in spazi anonimi, standardizzati, senza identità. Uffici, motel, centri commerciali, corridoi e sale d’attesa diventano luoghi mentali prima ancora che architettonici.

Il film intercetta questa inquietudine e la lega alla cultura digitale, dove immagini, miti e narrazioni collettive si diffondono senza un centro preciso. Backrooms nasce da internet, ma parla di una condizione più ampia: la sensazione di abitare ambienti sempre più simili, attraversati da rumori, schermi e informazioni che perdono significato.

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