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Intervista a Fabio Turri: “L’arte è una sfida con me stesso”

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Gli scatti fotografici di Fabio Turri presentano scorci di un tessuto cittadino dove chiaroscuri e colori, spazi e vuoti, raccontano l’involucro fisico/architettonico e le persone che lo attraversano

L’uomo e la città: due entità distinte che si muovono, si fondono, si incontrano e si scindono, tra scenari di solitudine e di integrazione, tra percorsi di vita e soste di attesa. È la street photography, che rende immortale il quotidiano, rendendolo straordinario e caricandolo di significato, anche laddove il tempo che corre sembra privarlo. Gli scatti fotografici di Fabio Turri presentano scorci di un tessuto cittadino dove chiaroscuri e colori, spazi e vuoti, raccontano l’involucro fisico/architettonico e le persone che lo attraversano.

Le sue opere sono in mostra presso la galleria romana SpazioCima, sita in via Ombrone 9, Roma, sino a venerdì 14 dicembre. La mostra, intitolata “Prospettive inverse”, propone anche gli onirici scatti a infrarossi di Raffaele Canepa, attraverso atmosfere oniriche e sospese dove l’uomo sembra non esistere più.

Leggi anche In mostra la Street Photography di Fabio Turri e Raffaele Canepa

Chi è Fabio Turri

Fabio Turri nasce a Roma nel 1974. Architetto, lavora presso diversi studi sia in Italia che in ambito internazionale prima di dedicarsi alla libera professione. Si avvicina alla fotografia da bambino seguendo la passione di mamma Bruna e papà Romano che, notata la sua curiosità, gli regalano la sua prima macchina fotografica.

Da allora “scattare” ha sempre rappresentato per lui una sorta di metacomunicazione. Con la quale ci trasmette l’esperienza di cogliere col proprio sguardo un particolare notato nel caos pop di una megalopoli. O di catturare la bellezza nel volto di un passante, o ancora un colore esploso nel rigore architettonico.

Qual è stato il preciso momento in cui ti hai avvertito, anche se a livello primordiale, un interesse per la fotografia?

Sono cresciuto sfogliando gli album di fotografia della mia famiglia. Ogni evento o viaggio veniva immortalato e osservando i miei genitori è nata la voglia di scattare foto.

L’arte nasce da un bisogno di cosa?

Nel mio caso è una sfida con me stesso, restio per natura a farmi conoscere e a riconoscermi. Per chi ha deciso di credere nel mio lavoro è stata dura convincermi ad esporre.

Da cosa (o da chi) trai spunto per la tua fotografia?

Non ho un modello in particolare. Se mi imbatto in persone, luoghi e situazioni che mi emozionano, non importa se ho una macchina fotografica o un telefono, scatto e basta. Probabilmente la formazione da architetto mi porta ad osservare il contesto in cui mi muovo con un occhio più “tecnico” e a cogliere le geometrie e i dettagli che lo compongono, ma anche le modalità di fruizione di chi lo anima ogni giorno.

Le tre foto che ti rappresentano di più e perché.

Foto 1. Cafe66, Stati Uniti, Williams 2008. Scattata durante un viaggio che ho amato molto, ricordo di una vita passata.
Foto 2. ARoomWithAView, Milano 2017. La considero una foto molto intima, omaggio a una città che per me è un rifugio.
Foto 3. It’SAllAboutJoyAndLove, Roma, Pride 2018. Ogni tanto mi lascio contagiare dalla gioia che trasmette questa foto, mi aiuta a non dimenticare il percorso che ho fatto, i traguardi raggiunti e a non perdere mai l’entusiasmo.

Prossimi progetti?

Mmi sono rimesso a studiare per perfezionare gli aspetti tecnici, nel frattempo insieme a Francesco M. Boni, stiamo riorganizzando il mio archivio e partecipando a diversi concorsi per far conoscere il mio lavoro.

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