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I Bernini a Roma: alla scoperta di via della Mercede

Un itinerario nel rione Colonna, alla scoperta di via della Mercede, nei luoghi dove vissero i Bernini, padre e figlio, tra aneddoti e curiosità

Un itinerario nel rione Colonna, nei luoghi dove vissero Bernini padre e figlio, tra aneddoti e curiosità

L’origine del nome della strada

Via della Mercede prende il nome dai Padri Riformati dell’Ordine della Mercede, qui insediatisi per volere di papa Paolo V nel 1600. Il pontefice affidò loro la Chiesa di “S. Maria in S. Giovanni”, la cui denominazione deriva dal fatto che prese il posto, nel 1586, di un precedente edificio di culto abbandonato, “S. Giovanni in capite”, della cui decorazione emerse un’antica immagine della Vergine.

La chiesa in disuso, detta anche di “S. Giovannino” per via delle sue modeste dimensioni, custodiva una preziosa reliquia: la testa di S. Giovanni Battista; per questo motivo, dunque, essa era oggetto di particolare devozione da parte dei fedeli.

Attualmente non esiste più nemmeno la Chiesa di “S. Maria in S. Giovanni”. Se in un primo momento essa venne scorporata dal monastero di S. Silvestro, di cui faceva parte, per ragioni logistiche (la costruzione di via del Moretto), successivamente fu sconsacrata e consegnata all’architettura di pubblica destinazione.

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Gli stabili dei Bernini

Il civico 11

Pochi fanno caso al fatto che nella suddetta via, all’altezza dei civici 11 e 12 si ergono dei palazzi appartenuti alla famiglia Bernini. Il primo palazzo fu venduto al padre dello scultore dalla marchesa Fulvia Naro nel 1641.

In particolare, al pianterreno Gianlorenzo aveva il suo studio; i piani in elevato, invece, come di consuetudine, erano adibiti ad abitazione. Fu proprio qui che morì il protagonista del Barocco, nel 1680.

Due lunette riportano l’attenzione a due memorabili episodi della vita del celebre personaggio: la visita di papa Urbano VIII e la consegna onorifica delle chiavi di Lione, a sugello della sua attività senza eguali, in occasione di un soggiorno nella città francese, nel maggio del 1665. L’evento entusiasmò gli animi di tutti gli artisti del luogo, che vollero andargli incontro per salutarlo.

Nel XIX sec. il palazzo divenne proprietà delle Assicurazioni Generali di Venezia

Nel XIX sec. il palazzo divenne proprietà delle Assicurazioni Generali di Venezia. Ciò è testimoniato anche dall’altorilievo con Leone di S. Marco in facciata. I lavori di ristrutturazione cui è stata sottoposta la struttura hanno tuttavia mantenuto i suoi caratteri originali. Si è preservato, ad esempio, il grandioso portale con bugne a raggiera, che troneggia tra le porte di rimessa ad arco con cartiglio in chiave di volta. Degna di nota l’iscrizione posta sopra di esso, del 1882. Essa riporta una preziosa informazione: “L’ANNO MDCCCXXXII (1832) ULTIMO DI SUA VITA QUESTA CASA ABITÒ L’ILLUSTRE ROMANZIERE SCOZZESE WALTER SCOTT DA EDIMBURGO”. Si tratta dunque di un immobile dall’indiscusso valore storico, dimora di personalità illustri: il maestro delle torsioni barocche e il padre del moderno romanzo storico.

Al suo stato attuale, l’edificio presenta due piani con due serie di sette finestre architravate ciascuno, con cornice semplice al primo piano e senza architrave al secondo. Oltre il cornicione, una sopraelevazione.

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Il civico 12

Al civico 12 fa bella mostra di sé l’altro palazzo, sempre di proprietà della Marchesa Naro e concesso in affitto ai Bernini. Anche esso fu poi venduto nell’Ottocento e trasformato secondo forme neo-cinquecentesche.

Il portale d’ingresso è in bugnato; sopra di esso un balcone con balaustra, affiancato da finestre architravate e inferriate. La facciata è animata da tre serie di 7 finestre, ognuna per piano. Quelle dei primi due sono architravate, l’ultimo presenta invece delle aperture con cornice semplice. Corona il tutto un cornicione a mensole. Spicca inoltre una lapide realizzata nel 1898 da Ettore Ferrari. Essa rappresenta le fattezze del volto di Gianlorenzo Bernini, corredate dal seguente testo: “QUI VISSE E MORÌ GIANLORENZO BERNINI SOVRANO DELL’ARTE AL QUALE SI CHINARONO REVERENTI PAPI, PRINCIPI, POPOLI. IL COMITATO PER LE ONORANZE CENTENARIE COL CONCORSO DEL COMUNE POSE VII DIC MDCCCXCVIII” (1898). Una dedica più che meritata per uno dei massimi artisti della Penisola, sebbene egli abbia vissuto nella casa attigua, al civico 11, come già ricordato.

Di fronte all’ edificio in questione vi è l’angolo sud-ovest di palazzo di Propaganda Fide, per il progetto del quale Borromini era riuscito a scavalcare Bernini. Tronfio per l’incarico e desideroso di prendersi gioco dell’avversario, Borromini fece ornare la finestra dirimpetto al civico 12 con due orecchie d’asino. Questi, al mattino seguente, accortosi della “sorpresa”, progettò una vendetta. Aspettò il calar delle tenebre, salì sul tetto della sua abitazione e decorò un mensolone del cornicione con un’inequivocabile forma fallica, poi censurata dalla pubblica autorità.

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