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Dieci film per un decennio – La leggenda di Kaspar Hauser

Non una classifica dei dieci migliori film, ma una sorta di “mappa” che esplora territori e indaga specificità del cinema degli ultimi dieci anni. Settima tappa: La leggenda di Kaspar Hauser.

La leggenda di Kaspar Hauser

LA LEGGENDA DI KASPAR HAUSER, ITALIA 2012. Regia di Davide Manuli. Cast: Vincent Gallo, Fabrizio Gifuni, Silvia Calderoni, Claudia Gerini, Elisa Sednaoui.

Kaspar Hauser è prima di tutto un mito, un mito romantico. Un adolescente comparso all’improvviso in una piazza di Norimberga nel 1828, che sapeva dire solo il suo nome e poco altro. Era incapace di confrontarsi con la realtà perché, a quanto pare, la realtà non l’aveva mai vista. Aveva vissuto al buio, chiuso in una cella (da chi?), poi, improvvisamente, si era ritrovato nel mondo. Il giovane entrò nella leggenda in modo misterioso, e in modo altrettanto strano ne uscì; assassinato non si sa da chi, non si sa perché.

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Da enigma a leggenda

Fino qui la storia, scritta, letta e filmata innumerevoli volte; da Herzog, innanzitutto, ma è fonte secondaria anche di Il ragazzo selvaggio di Truffaut. Quest’ultimo film racconta sì un’altra storia, ma tratta in fondo lo stesso tema, quello del rapporto tra ragione ed esperienza. Poi c’è il film di Manuli: finisce l’enigma e inizia la Leggenda. Kaspar Hauser arriva su una spiaggia, anche lui non si sa da dove, non si sa perché. Ci sono degli UFO, ma forse i fatti non sono direttamente collegati, forse sì. Forse è un uomo delle stelle, abbandonato sulla terra. Il dubbio dell’origine resta, ma quello che è importante è l’identità del personaggio, ripetuta compulsivamente da Kaspar stesso: “Io sono Kaspar Hauser”. E come se non bastasse lo porta impresso sulla pelle, indice dell’identità, ma di una identità tutta corporea, di performace, segno di riconoscimento del personaggio prima che della persona.

La leggenda di Kaspar Hauser – Silvia Calderoni

La trama

Questa volta Kaspar non atterra a Norimberga, non diventa Fanciullo d’Europa, buon selvaggio e simbolo esoterico. Kaspar Hauser approda nello spazio cinematografico di Davide Manuli; uno spazio folgorante, desolato, desertico, da western metafisico. È ancora quello spazio brullo (l’Alta Gallura, in Sardegna) che aveva fatto da sfondo ai personaggi di Beket, altro film del regista, che con questo condivide molto. Ad accogliere Kaspar non ci sono medici e filosofi ma un’umanità dissociata; lo aspetta una selva di caratteri stilizzati e distaccati prima di tutto da loro stessi. ancora. Lo sceriffo e il pusher (uno strepitoso Vincent Gallo, in un duplice ruolo), il prete, la puttana e la duchessa. Tutti vorrebbero avere per loro il misterioso nuovo arrivato; forse è un re, forse un santo, forse un imbroglione, o niente di tutto questo. Tutti tentano di penetrare l’afasia del giovane, di ridurlo a qualcosa di comprensibile e inquadrabile in uno schema. Ma non comprendono la cosa fondamentale: Kaspar vuole solo essere un DJ!

Kaspar Hauser DJ

È un cavaliere del suono, e il suo linguaggio è quello della house music. Kaspar si sveglia ballando, e ha alle orecchie costantemente un paio di cuffie, che fanno sì che danzi di continuo, innanzitutto con se stesso. Il suo miracolo è quello di far sì che la gente balli in un deserto fisico ed interiore ad un tempo. Che sia il “deserto di idee” di certo cinema contemporaneo? E forse Kaspar è un nuovo Simon del deserto, corteggiato da molti e non compreso da nessuno. Con quel film condivide una certa idea di tempo sospeso e una cristallina stilizzazione; e non a caso anche la pellicola di Buñuel terminava, ironica e iconoclasta, in un dancing. Tra Kaspar e gli altri personaggi viene meno uno dei principi fondamentali della comunicazione verbale, la condivisione del codice. Il linguaggio di Kaspar è pre-verbale, come la musica. Ma il suo linguaggio è anche pre-razionale; il Kaspar storico non conosceva che poche parole, il suo cervello era vergine, non ancora organizzato dal linguaggio.

La leggenda di Kaspar Hauser – Vincent Gallo e Silvia Calderoni

Il cinema di Davide Manuli

Il cinema di Manuli è un’esperienza non facile da raccontare. È un prodotto unico, non avvicinabile ad altro, diverso, libero, anarcoide. Fa leva innanzitutto sul linguaggio delle immagini e del racconto. È lirico e terrestre (o forse lunare) allo stesso tempo. È un cinema alieno e desertico come il personaggio che racconta. Utilizza un linguaggio altro, chiede allo spettatore di abbandonare il codice tradizionale d’approccio alla pellicola e di condividere il proprio.

Il film si apre con dei titoli di testa tra i più belli mai realizzati per un film, quasi un film-nel-film (usati anche come trailer, che di per sé è già un capolavoro). Gli UFO sovrastano Vincent Gallo che si muove come un John Travolta postatomico. Poi l’esplosione sonora che annuncia le coordinate quasi cartesiane del film: Isola, Anno zero, Luogo X, Mare Y. Una fusione tra immagine e parola vagamente godardiana, sicuramente unica. Da qui in poi il La Leggenda di Kaspar Hauser procede per quadri; tra un’insistenza per la staticità (inquadratura fissa, lenti movimenti, recitazione dimessa), e momenti in cui la parola assume toni sopra le righe. Lo sceriffo, così esageratamente yankee, o la connotazione dialettale del prete-Gifuni, interprete di un bellissimo monologo sul senso stesso del linguaggio. Ma tutto è accomunato da una grande dinamicità corporale.

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Il nostro commento

La leggenda di Kaspar Hauser è un film che percorre sentieri nuovi e, che conferma lo straordinario talento visivo del suo autore. Manuli è capace di trasformare luoghi geografici molto connotati in paesaggi d’un mondo sospeso e popolato da entità immobili. Personaggi costantemente in attesa (beckettianamente) di un fenomeno epifanico. Ma forse sarà soltanto l’ennesimo inganno: un falso profeta, un re con le orecchie d’asino, un principe dei folli, o solo un DJ.

In Italia, come al solito, di questo film non si è accorto nessuno (o quasi), ma questo è un altro discorso.

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