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“Tripoli” di Roberto Vetrugno – la recensione

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Recuperiamo la lettura di un libro uscito qualche mese fa, Tripoli di Roberto Vetrugno edito dai tipi di Unicopli nella collana “La porta dei dèmoni”.

Tripoli

Roberto Vetrugno, Tripoli, Unicopli 2019.

La porta dei dèmoni

Due parole sulla collana, prima di parlare del libro. Diretta da Flavio Santi, “La porta dei dèmoni” (il nome è un omaggio a Rashomon di Akira Kurosawa) è una collana “editing free”, il che è particolarissimo (anzi, quasi rivoluzionario) nel panorama editoriale italiano. Si legge nella quarta di copertina del libro: “nessuna parola del testo originale è stata maltrattata da un editing troppo invasivo o troppo ‘autoriale’. I testi ospitati rispondono in toto alla volontà dei rispettivi autori”. È una presa di posizione forte, sia dal punto di vista del metodo che da quello delle implicazioni culturali.

Editing o non editing

La presenza di un editing “forte”, come è prassi negli ultimi anni nel mondo editoriale, ha aperto un dibattito serio sul concetto di autorialità. Ci si pone il problema filologico (ma più in generale culturale, se non ideologico) di dove finisca la voce dell’autore e dove incominci quella dell’editor; se queste due voci siano da considerarsi univoche, perché frutto di un lavoro congiunto, o vadano separate e confinate in due momenti diversi della produzione dell’oggetto “libro”. Questa collana risponde alla questione in maniera drastica, presentando testi in cui la voce è una e una sola, quella dell’autore. È una soluzione che non chiude il dibattito, e probabilmente non è generalizzabile. Non è detto però che questo argomento debba essere affrontato da un solo punto di vista. Il coraggio della scelta è quantomeno encomiabile.

Tripoli

Ma ora veniamo al romanzo. Un linguista, ricercatore universitario disoccupato, accetta un incarico all’università di Tripoli come insegnante di italiano. Arrivato in Libia si rende conto però che forse la sua chiamata nascondeva ben altri fini. Il professore si trova infatti coinvolto in una spy-story rocambolesca e tragicomica nella caotica situazione della Libia del dopo Gheddafi. Tra ambigui dipendenti dell’ambasciata italiana, ex amazzoni, jihadisti e giovani idealisti. Sullo sfondo un giornalista scomparso, uno dei protagonisti della “primavera araba” libica, un reporter scomodo che tutti cercano, per motivi misteriosi.

Una spy-story italiana

Vetrugno propone un genere poco frequentato in Italia, la spy story. Il romanzo è caratterizzato da uno stile secco e veloce; come ogni buon romanzo del genere (e di genere) tiene il lettore incollato alla pagina. L’asticella della suspense è tenuta sempre alta, e la narrazione su archi temporali differenti snocciola la storia in modo che non si allenti mai la tensione.

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Un romanzo postcoloniale

Ma il genere, come spesso accade, è veicolo privilegiato per molto altro. Tripoli è anche (o forse soprattutto) un romanzo post-coloniale; un romanzo che si interroga sui rapporti tra due paesi la cui storia è legata da un passato vergognoso e tragico e da rapporti spesso torbidi. Il romanzo ha insomma il merito di puntare di nuovo i riflettori sul quel “grande rimosso” che è il colonialismo italiano in Africa. E non è poco. Non è un caso che il libro si apra con una citazione da Tempo di uccidere di Ennio Flaiano, uno dei pochi grandi romanzi del Novecento italiano di argomento coloniale.

Libia, oggi

Non c’è però solo la memoria storica. Il romanzo parla soprattutto della Libia di oggi, del caos generato dal crollo della dittatura e dalla guerra civile. Un paese in bilico tra modernità e arcaismo, tra speranze (tradite) e legge del più forte; un luogo in cui non ci sono “buoni” ma solo interessi. Un paese, soprattutto, che ha tradito i suoi giovani e in cui le speranze di rivoluzione sono state trasformate nell’inferno di oggi; e che non può fare a meno di vivere nella paura. “A me non piace la paura” dice uno dei protagonisti “e qui prima c’era tanta paura e adesso stiamo aspettando un’altra grande paura”.

Uno sguardo lucido

Il punto di forza del libro è la totale assenza di retorica o di pietismo nel raccontare anche i particolari più duri della situazione di un paese in perenne emergenza. Dagli attentati, alle bombe all’infame commercio di esseri umani, l’occhio del narratore è lucido e vigile, sempre a fuoco, e i canoni del genere sono tutti rispettati. Ma nell’assenza di retorica si fa strada un sentimento assai più grande, quella ricerca di umanità che è la base non solo degli studia humanitatis, ma anche dell’incontro tra i popoli, specie nei momenti di grave crisi; e in particolare in quella comunanza “mediterranea” che ci lega ad un popolo che forse non è mai stato così vicino e mai così abbandonato a se stesso. Uno dei migliori romanzi italiani dell’anno.

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