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Antonia Pozzi, Tu sei l’erba e la terra – La recensione del libro

Edita da Garzanti, Tu sei l’erba e la terra, è una piccola raccolta delle più belle poesie d’amore di Antonia Pozzi.

Le poesie di Antonia Pozzi (1912-1938) sono il diario di un’esistenza tragica, ma non solo. La drammatica storia della poetessa, del suo amore tormentato, ostacolato dalla famiglia e culminato nel suicidio non bastano a spiegare la potenza dei suoi versi. Versi diretti, già pienamente “moderni”, senza fronzoli di maniera. Una lingua limpida, cristallina, realizzazione di uno sguardo “altro” eppure a suo modo classico. Squarci di paesaggio rivelano il sentire dell’io portante, e innescano il rapporto con l’altro (e un rovesciamento delle parti); ma è un rapporto che nasce in una dimensione incerta, nonostante certa precisione spaziale. “Né tu né io ci guardavano in viso / ma i miei occhi sentivano d’incontrarti. / Dove, non so. Forse in quel po’ di cielo / che si vedeva sopra la tettoia / o in mezzo alle fumate carnicine / che il Vesuvio sbuffava senza posa […]”.

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Echi di modernità

È poesia moderna la sua, immersa nel tempo in cui è composta. E se è vero che la sua lirica parte da premesse crepuscolari, nel complesso però abbraccia a pieno la modernità novecentesca. Leggere certi frammenti pare di sentire parole che fanno quasi da controcanto ai versi di Montale. Una sorta di eco che non è però derivazione o imitazione pedissequa. E così se da un lato leggiamo versi, quasi ironici, che annunciano che “sono rifioriti / i perenni rosai crepuscolari”; dall’altro ci si imbatte in un’acre spigolosità del paesaggio (e dei tempi) che rimanda ad altri mali di vivere: “Su non rimane / che qualche briciola rada, / qualche minuzzolo smarrito / nella vastità immota”. O ancora, due versi straordinari: “Forse ero solo un ramo crasso ed irto / di fico d’India, dietro un vecchio muro” ( e su quel muro sembra di sentirci altri aculei, quelli dei cocci di bottiglia del poeta degli Ossi di seppia). 

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Tra ricordo e desiderio

Il lampo di pascoliana memoria diventa in Antonia Pozzi una lama tagliente di coltello che entra nelle carni di una insonnia amorosa e disperata (“acuisce a sprazzi vividi / il mio desiderio insonne”). Perché l’amore chiama la solitudine e la solitudine si fa poesia attraverso straordinarie immagini; di notte rannicchiata nel letto “Non m’accorgo / che, invece di una fronte indolenzita, / io sto baciando come una demente / la pelle tesa delle mie ginocchia”. L’io poetico e il tu oscillano costantemente tra il ricordo e il desiderio (“Ti vorrei dare questa stella alpina”), tra memoria e futuro. Un desiderio (“di leggerezza”) che appaga ma che allo stesso tempo rimane in bilico, nell’incertezza di chi guarda al futuro. “Leggo per un gran tratto nel futuro / come sul foglio che mi sta dinnanzi: / poi, la visione cade bruscamente / nel buio dell’ignoto […]”. Neanche l’amore più intenso è al riparo dall’ignoto, dal gioco crudele della fortuna. Certo in due il cammino pare più facile, e la paura del vuoto si scioglie in sicurezza. Ma la pagina bianca incombe: la poesia non può farne a meno.

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Rovesciamenti

Canto della mia nudità è uno dei momenti più alti: un rovesciamento radicale di uno dei topoi più praticati della poesia lirica (maschile) da Petrarca in poi: la descrizione del corpo dell’amata. Qui c’è un’autodescrizione che sbaraglia secoli di luoghi comuni e di manierismi poetici vari, ricamati sul tema della descriptio puellae. Non c’è più un poeta (maschio) che guarda una “musa” tanto bella quanto irreale, costruita, simbolica (nella migliore delle ipotesi). C’è un corpo vero, teso e etereo, ma anche fortemente presente nella sua mortalità; una personalità che dice “io”, e che chiede di essere guardata, soggetto e oggetto allo stesso tempo (“Guardami: sono nuda. […] Guarda: pallida è la carne mia. / Si direbbe che il sangue non vi scorra”). Un cambio di punto di vista che è esteticamente rivoluzionario, e ideologicamente all’avanguardia (siamo nel 1929); versi di quella che è una delle liriche più belle del Novecento e che ancora oggi lascia un segno forte nel suo traghettare il canone verso una modernità rinnovata (per un anticanone novecentesco, insomma).

Scheda del libro

Titolo: Tu sei l’erba e la terra
Autore: Antonia Pozzi
Editore: Garzanti
Anno: 2020
Pagine: 96
ISBN:  9788811689607
Prezzo: 4,90 euro.

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