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Antichi nuovi di zecca, di Kate Tempest – La recensione

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È uscito in traduzione italiana Antichi nuovi di zecca, poema di Kate Tempest, edizioni E/O. Una storia ambientata nei sobborghi di Londra ma che parla un linguaggio universale.

Antichi nuovi di zecca
Kate Tempest, Antichi nuovi di zecca, Edizioni E/O, 2019.

Uno spirito omerico

Kate Tempest ha uno spirito omerico eppure è la voce più “contemporanea” del panorama poetico attuale. Questo spirito le è proprio perché si manifesta come momento comune della nostra umanità (un archetipo collettivo direbbe qualcuno). La sua, quindi, è una poesia che non ha nulla a che fare con il neoclassicismo: i personaggi del mito non vengono riproposti nella loro statuaria, candida, immobilità. Senza gli stucchi bianchi che sostituirono i colori delle statue antiche. Nella poesia di Kate Tempest questi colori sono vivissimi, e sono di oggi. Gli dèi e gli eroi vivono tra noi. “Gli dèi sono tutti presenti. Perché gli dèi sono dentro di noi”; o magari: “gli dèi non possono fare a meno di controllare Facebook sul cellulare”, perché no.

Eroi ed eroine a South London

“Siamo ancora mitici, però. / Ancora perennemente intrappolati tra l’eroico e il / patetico. / Siamo ancora divini; / è questo che ci rende così mostruosi”. Così canta, è il caso di dire, la poetessa prima di raccontarci la storia di questi nuovi dei ed eroi. Due ragazzi, fratellastri, tra le strade di South London; non si conoscono eppure i loro destini si incrociano, tra amore e violenza, solitudine e desiderio di gloria. E quella raccontata è la storia più antica del mondo, eppure la più moderna: “Gli eroi ci sono sempre stati e i cattivi ci sono sempre stati può darsi che si sia alzata la posta in gioco ma non fa molta differenza”.

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Epica moderna

Kate Tempest costruisce in questo poema un’epica moderna che riprende il nodo centrale di quella antica: la performance, la presenza del poeta, l’oralità come momento forte dell’atto poetico. E questo accade anche nella resa scritta di quel materiale pensato per essere recitato. Si può essere aedi sulla strada che porta a Tebe o nei sobborghi di Londra, lo spirito non cambia, se si mantiene una voce sincera, capace di dire il vero. Poetessa, aedo, rapper, performer di spoken word, chiamatela come vi pare questa trentenne londinese: quel che conta è la storia, è il racconto. Certo è vero, letta su carta qualcosa inevitabilmente si perde, prima fra tutti la musica che accompagnava la performance all’origine. Destino della lira dell’aedo, l’andare perduta. Un’avvertenza però ci segnala: da leggersi ad alta voce, si ripristini almeno il suono delle parole (meglio se in lingua originale).

Kate Tempest
Kate Tempest

Un’epica del quotidiano

L’epica dei giovani protagonisti è un’epica del quotidiano; e anche se alla fine la tensione si risolve in un climax drammatico molto forte, in cui un nuovo tipo d’eroe (anzi di eroina) sembra emergere, quel che più resta è la semplicità universale di questi eroi giovani. Personaggi che amano, odiano, si fanno tentare (dalle apparenze, dal successo facile), vincono, soffrono: vivono insomma immersi nello scorrere senza fine del tempo. Si trova tra le pagine della poetessa un senso di classicità vera, non quella che di solito ci viene insegnata. Si tratta di una lezione altissima: l’affermazione dell’umanità. I want humanity canta Kate Tempest. L’umanità al di là di tutto; l’umanità come verità. Non c’è nulla di più classico, di più antico; eppure tutto è straordinariamente contemporaneo.

Antichi moderni

E in fondo il senso è proprio questo: essere classico non significa citare Omero, o dar sfoggio di una retorica ingessata e imbalsamata. Quello si chiama manierismo, e di pedanti è pieno il mondo. Essere classico significa comprendere le strutture profonde di quanto gli antichi ci hanno insegnato, comprendere gli scopi della poesia come momento di conoscenza del vero. Certo nella poesia di Kate Tempest echi diretti ci sono, ma non è questa la cosa fondamentale. Il punto centrale è che quelle storie sono le nostre storie, diverse eppure straordinariamente sovrapponibili. E se esiste questa convergenza non è perché siamo bravi a citare gli antichi, ma perché noi e gli antichi condividiamo la stessa umanità, bella e crudele.

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