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Matteo Garrone, il regista che ha rianimato il realismo cinematografico con la poesia del racconto

Last Updated on 11/03/2021

Matteo Garrone, il regista che ha rianimato il realismo cinematografico con la poesia del racconto. Dal crudo racconto del reale in “Gomorra”(2008) e “Dogman”(2018) a quello della favola in “Il racconto dei racconti”(2015) e “Pinocchio”(2020).

Matteo Garrone, il regista che ha rianimato il realismo cinematografico con la poesia del racconto. Dal crudo racconto del reale in “Gomorra”(2008) e “Dogman”(2018) a quello della favola in “Il racconto dei racconti”(2015) e “Pinocchio”(2020).

La fiaba e la magia dell’irreale risorge così con Garrone all’interno di una dimensione che sembrerebbe escluderla

Matteo Garrone è il regista che ha condotto lo sguardo meccanico del dispositivo cinematografico verso la riproduzione di una realtà, quella umana e sociale, ma trasformandola nella poesia di un racconto. La fiaba e la magia dell’irreale risorge così con Garrone all’interno di una dimensione che sembrerebbe escluderla, cioè quella più realistica dell’esistenza. Il genio del regista è stato quello di armonizzare tra loro questi due mondi per crearne uno inedito. Quello dove le immagini dell’oggettività più concreta hanno riflesso gli angoli più immaginari della visionarietà. Così che da tale fluida confluenza anche le storie più reali e crude hanno brillato di una vita la cui essenza è radicata nel regno del racconto, in quello della fiaba.

Come il reale acquisisce i tratti della fiaba, questa acquisisce quelli del reale

Quindi le storie del crimine, come quelle del film Gomorra, pur rimanendo ancorate ad uno stile caro al realismo-documentaristico, che poco lascia allo spettatore se non la consapevolezza già nota dell’esistenza del male, acquisiscono una nuova luce. Cioè quella rivolta alla natura umana nella sua totalità, quindi radicata nella materia quanto nel sentimento e nell’immaginazione.

Così come il reale acquisisce i tratti della fiaba, questa acquisisce quelli del reale. Rispettando così quella reciprocità tra le due dimensioni che costituisce la firma stilistica del regista. Infatti anche la favola per eccellenza, Pinocchio, assume i caratteri della realtà, ne diviene una sua fedele espressione. Attraverso la quale il pubblico del mondo si è potuto identificare a tal punto da viverne da vicino quella magia così lontana e dimenticata che raramente il nostro sguardo ha saputo percepire empiricamente.

L’uso specifico quindi del dispositivo come la camera in spalla e la qualità dei suoni, gli attori scelti, spesso non professionisti, richiama quindi lo stile documentaristico. Tuttavia la novità che il regista introduce è quella di fondere questo stile all’analisi dell’esistenza umana che sfugge dietro e attraverso la materia plastica del mondo.

Gli studi, il tennis e i primi cortometraggi di Matteo Garrone

Matteo Garrone nato a Roma nel 1968 studia presso il liceo artistico di Roma dove si diploma nel 1986. Figlio di critico teatrale, Mirco Garrone, si dedicherà nella sua adolescenza all’attività sportiva del tennis, per poi doverla interrompere a causa di un incidente. Prima di intraprendere quella che sarà la sua carriera da regista di successo inizia come un aiuto operatore e approfondisce la passione per la pittura, la quale gli offrirà quelli spunti stilistici che caratterizzeranno le immagini del suo cinema.

Vince nel 1996 il sacher festival con il suo primo cortometraggio. Il quale precederà il suo primo lungometraggio “terra di mezzo”, una storia sull’immigrazione suddivisa in episodi, che vincerà il premio speciale della giuria al festival Cinemagiovani di Torino. Nello stesso anno realizzerà anche un documentario “Bienvenito espirito santo” per poi dirigere l’anno dopo, cioè nel 1998, il suo secondo lungometraggio “Ospiti”. Nel 2000 invece presenta il suo terzo racconto cinematografico “Estate romana”, attraverso il quale sperimenterà uno stile ancora in potenza ma che già sembra volersi affacciare sul mondo delle immagini.

I primi successi e i grandi film

Il primo film che lo investirà del successo e della fama è “l’imbalsamatore” presentato nel 2002 alla “Quinzaine des réalisateurs” a Cannes e vincitore del premio Aiace. Prima del suo successo mondiale con Gomorra del 2008, da lui scritto e diretto, firmerà il primo amore del 2004, presentato in concorso al cinquantaquattresimo festival di Berlino, e sarà direttore della fotografia del caimano di Nanni Moretti del 2006. Nel 2012 realizza invece “reality” come regista e sceneggiatore. Un film grottesco che svela i “miracoli” e le ipocrisie che si celano dietro lo schermo televisivo e dietro le sue maschere.

In qualità di regista e sceneggiatore firmerà poi nel 2014 “Il racconto dei racconti” dirigendo un cast eccezionale composta da Vincent Cassel, Toby Jones, John C. Reilly e Salma Hayek; nel 2018 con Dogman tornerà a rianimare con il racconto la realtà per poi nel 2019 compiere il processo inverso con la favola di “Pinocchio”

Premi

M. Garrone con “Gomorra” vince: il Gran premio speciale della giuria, tre David di Donatello per il miglior film, per la miglior sceneggiatura e per la migliore regia; l’European Film Award per il miglior film, migliore sceneggiatura e per miglior regista e nel 2010 il Gopo for Best European Film. Con “Dogman” vince: Il David di Donatello per il miglior film, uno per la migliore sceneggiatura e quello per la migliore regia; un Nastro d’Argento al miglior regista, uno per la miglior regia e quello per il miglior produttore.

Con Pinocchio vince un Nastro d’Argento al miglior regista. Reality, invece, si aggiudica un Nastro d’Argento al miglior soggetto. Con Il racconto dei racconti invece un David di Donatello per la migliore regia e con L’imbalsamatore un David di Donatello per la migliore sceneggiatura.

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