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I molti santi del New Jersey, un gangster movie brutale ed elegante

Esce nella sale italiane il 4 novembre “I molti santi del New Jersey” di Alan Taylor. Con Ray Liotta, Alessandro Nivola, Michael Gandolfini, Vera Farmiga e Leslie Odom Jr. Il prequel della popolare serie “i Soprano”. Il dipinto perfetto di una rivoluzione macchiata dal sangue dei santi e da quello dell’estetica del sogno americano.

Esce nella sale italiane il 4 novembre “I molti santi del New Jersey” di Alan Taylor. Con Ray Liotta, Alessandro Nivola, Michael Gandolfini, Vera Farmiga e Leslie Odom Jr. Il prequel della popolare serie “i Soprano”. Il dipinto perfetto di una rivoluzione macchiata dal sangue dei santi e da quello dell’estetica del sogno americano.

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Il patto dell’infanzia

Alan Taylor dirige il prequel cinematografico della serie “i Soprano”: “I molti santi del New Jersey”. Il film ripercorre l’infanzia di Tony Soprano (Michael Gandolfini), il futuro boss della Mafia, attraverso la voce e lo sguardo di suo zio e mentore Dickie Moltisanti (Alessandro Nivola). La storia dell’origine e della formazione del giovane Tony è ambientata negli anni Sessanta, esattamente 30 anni prima degli eventi legati alla storia delle serie. È quindi il periodo storico delle rivolte esplose nel centro di Newark e delle faide tra le famiglie mafiose italo-americane e afro-americane ad incorniciare la vita criminale della città.

All’interno di tale contesto sociale di rivolta e di violenza sarà quindi altra violenza a generarsi: quella “educata” della mafia. Alan Taylor della criminalità organizzata ne restituisce un quadro opacizzato i cui colori e il cui ritmo rimandano a quelli del ricordo di un morto: appunto quelli di Dickie Moltisanti. Narratore off delle vicende. Il quale guidando lo spettatore in un flashback temporale lo proietta nella memoria di un passato di sangue e odio, cioè quello della sua famiglia. Con la morte di Dickie finisce il suo racconto per iniziarne uno nuovo che già conosciamo, quello di Tony Soprano.

Tra serialità e cinema

L’incontro tra serialità e cinema ha dato luce ad un prodotto nuovo, originale nello stile, organico ed indipendente. Il regista supera così la prova dell’ibridazione riuscendo a regalare al grande schermo un simbolo luminoso della serie ma libero dalla trappola dell’iconicità. Questo in relazione a quelle scelte stilistiche attraverso cui il racconto ha potuto acquisire il valore di storia. Cioè quella di un’umanità ferita perché dimenticata dalla coscienza. La profondità e lo spessore umano del film sono il frutto quindi di uno scontro alla base dell’Io dei personaggi che in Dickie si rivela con straordinaria chiarezza. Il boss infatti così come non può sfuggire dalla morte non può farlo neanche dalla colpa e dal peccato; perché che vivono in lui; nelle sue azioni, nelle pause di vuoto dopo gli omicidi, nelle sue immagini mentali che celano il dialogo proibito con se stesso.

L’estetica del ricordo

Se tuttavia il regista analizza dall’interno la violenza registrandone dal profondo le vibrazioni e gli effetti opera anche secondo un’altra logica: compie un lavoro tecnico finalizzato alla stilizzazione di quella umanità degenerata. La veste infatti così come la Mafia veste elegantemente i suoi “soldati” con l’abito dell’ideologia. Questo perché la inserisce nell’attimo del quotidiano, negli istanti confezionati dalla visione culturale del periodo storico. Il regista restituisce così l’immagine degli anni 60’ come il riflesso di un sogno rarefatto tradito dagli improvvisi ed esplosivi attimi di cruda realtà; quelli dell’odio.

Un incastro perfetto e armonioso il cui funzionamento regola l’equilibrio tra le scene della quotidianità e quelle iper violente della criminalità. Così che attraverso tale gioco di rapporti applicato al montaggio le une deformano le altre generando un clima di tensione continuo. Le sequenza sporche di morte inquinano quindi quelle all’insegna della vita, le devitalizzano. Di loro non ne resta che la cieca bellezza, il fascino che solo l’immagine ricorda. Il risultato dell’operazione sono momenti di gioia, d’ intimità, d’amore e di famiglia ma interrotti, vuoti, finti, impossibili; cioè i figli violenti del sogno americano.

Tra superficie e profondità, uno scontro esplosivo

Ad esaltare l’effetto di bidimensionalità è l’estetica fotografica. La fotografia infatti ritaglia all’interno del film le sue immagini come un quadro sospeso nello spazio e nel tempo. Sono le fibre che tessono l’idea immaginaria di quel periodo storico, il suo fascino immortale ed indifferente alle vite dei suoi protagonisti. Al punto in cui questi stessi diventano parte della scena, elementi devitalizzati della struttura visiva di quell’immaginario. La colonna sonora d’altro canto spezza e taglia la cristalizzazione dell’immagine adeguandosi allo stato interiore in lotta dei personaggi. Realizzando così un ulteriore contrapposizione intera stilistica. Indirizzata questa all’effetto sistematico di rottura esplosiva della non-azione.

Principio che regola l’intero sistema del film, strutturandolo quindi come un insieme di dimensioni in conflitto violento tra loro. Dunque se il personaggio è contro la sua persona, la realtà lo è contro l’immagine di sè. Scontro metaforizzato sul piano tecnico ma anche su quello diegetico attraverso la rivolta nelle strade di Newark per i diritti della comunità afro americana. Guerra che simbolicamente estende il suo valore allo scontro tra la realtà mobile dell’esistenza e l’immobilità dell’ideologia culturale. Gli afro americani quindi opponendosi al marchio sociale vincono la scommessa etica e in “i molti santi di New Jersey” anche il sogno americano stampato sulla carta delle banconote.

Il trailer del film I molti santi del New Jersey

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