Gibellina Vecchia non è più una città. È una cicatrice, un ricordo, una forma. Dopo il terremoto del Belice del 1968, l’antico centro fu abbandonato…

Gibellina Vecchia non è più una città. È una cicatrice, un ricordo, una forma. Dopo il terremoto del Belice del 1968, l’antico centro fu abbandonato. Ma nel 1984, l’artista Alberto Burri decise di trasformare quelle macerie in opera. Il “Cretto” è il più esteso monumento di land art in Europa: colate di cemento bianco che seguono il tracciato delle vie distrutte, in un silenzio assoluto.
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Camminare nell’assenza
Passeggiare nel Cretto è un’esperienza visiva e interiore. Non c’è nulla da “vedere” in senso tradizionale. Solo geometrie, solchi, una superficie frantumata. Ma proprio lì si avverte la densità della memoria, dell’assenza. È un monumento che non si eleva, ma si abbassa. Che non celebra, ma custodisce.
La città nuova, l’arte viva
Poco lontano, Gibellina Nuova è un esperimento urbano tra utopia e abbandono. Qui, negli anni ’80 e ’90, artisti come Mimmo Paladino, Pietro Consagra, Arnaldo Pomodoro hanno lasciato sculture, teatri, fontane, architetture simboliche. L’arte è ovunque, ma fuori dai circuiti: visibile, solitaria, a volte dimenticata.
Un’eredità complessa
La storia di Gibellina è una delle più intense del Novecento italiano. Un’arte chiamata a sostituire, a ricostruire identità. Non sempre ha funzionato. Ma proprio per questo il luogo è affascinante: perché mostra cosa accade quando l’arte prova a fare da città, da rifugio, da coscienza.
Andare a Gibellina non è un viaggio da foto. È un gesto di ascolto. Un cammino tra il silenzio, il bianco e il tempo.
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Di origini salentine, vivo e lavoro a Roma dal 2005. Ho imparato a leggere a 2-3 anni. Per scrivere ho dovuto aspettare i 4. Da allora non mi sono più fermato. La scrittura è la mia vita, la mia conoscenza, la mia memoria. Nonché il mio lavoro. Che mi aiuta a crescere ed imparare. Per non sentirmi mai arrivato, per essere sempre affamato di conoscenza.

