Un ritocco su una decorazione pittorica recente, in pieno centro a Roma, è diventato un caso nazionale. Tra controlli sulla regolarità del restauro e letture politiche, la domanda resta una: che cosa è stato davvero “ripristinato”?
Tutto ruota intorno a una parete decorata che fa da cornice al busto marmoreo di Umberto II di Savoia. Ai lati, due figure alate: una regge un cartiglio con l’Italia, l’altra porge una corona. Dopo un intervento di recupero, uno dei volti è apparso molto diverso da prima: più definito, più attuale, per molti somigliante alla presidente del Consiglio. Da lì, la vicenda ha iniziato a circolare ben oltre l’ambito ecclesiastico.
Non un affresco antico: una decorazione del 2000 in una cappella storica
Il punto, spesso frainteso, è la natura dell’opera. Non si tratta di un ciclo secolare, ma di una decorazione pittorica realizzata in tempi recenti. Collocata però dentro una chiesa con un valore storico e artistico consolidato. La cappella interessata è legata a una famiglia nobiliare (la cosiddetta Cappella Canaletti) e, nel lessico interno, viene indicata anche come cappella dedicata alle “anime” del purgatorio. Proprio la compresenza tra contenitore antico e intervento moderno è uno dei motivi per cui il restauro è finito sotto osservazione.
La firma sul cartiglio e il ruolo del volontario
Sulla stessa parete compare una firma che ha indirizzato subito l’attenzione verso l’autore dell’ultimo intervento: Bruno Valentinetti. In chiesa viene descritto come sacrestano e decoratore, presenza quotidiana come volontario. L’iscrizione con data (in latino, con riferimento al 2025) è diventata un dettaglio-chiave. Non tanto per “attribuire” l’opera, quanto per ricostruire chi abbia rimesso mano al volto oggi contestato.
Che cosa sostiene chi ha restaurato
La versione del restauratore è lineare: nessun ritratto, nessuna allusione a figure viventi, solo il ripristino di ciò che già esisteva anni prima, ricavato dalle tracce rimaste sotto il degrado. Il lavoro, a suo dire, avrebbe seguito i contorni originali emersi durante la pulitura e il recupero. È un punto decisivo perché sposta la questione dal “a chi assomiglia” al “quanto è fedele” rispetto alla versione precedente.
L’infiltrazione d’acqua e la richiesta di “ripristino”
All’origine dell’intervento ci sarebbero stati danni provocati da infiltrazioni, dall’alto e dal basso, che avevano compromesso la leggibilità della decorazione. L’indicazione data sarebbe stata quella di riportare la cappella allo stato in cui si trovava prima del deterioramento, senza aggiunte. Proprio su questo passaggio si innesta il nodo attuale: se il restauro ha ripreso un disegno già presente, oppure se ha introdotto variazioni sostanziali, soprattutto nei tratti del volto.
I controlli sulla regolarità: Ministero della Cultura e Soprintendenza
Dopo l’eco mediatica, sono state avviate verifiche tecniche su incarico del ministro Alessandro Giuli, con il coinvolgimento della Soprintendenza Speciale di Roma guidata da Daniela Porro. Il cuore degli accertamenti non riguarda l’interpretazione politica della somiglianza, ma la natura dell’intervento: autorizzazioni, prassi seguite, confronto con materiali d’archivio e con lo stato precedente documentabile. Se emergeranno scostamenti non giustificati, l’esito possibile è la richiesta di ripristino.
La linea della diocesi e il tema dell’“uso improprio”
Sul fronte ecclesiastico, il Vicariato di Roma ha annunciato approfondimenti interni e ha preso le distanze dall’idea che immagini sacre possano diventare terreno di strumentalizzazione. Il cardinale vicario Baldo Reina ha parlato di amarezza e di verifiche sulle responsabilità. Nello stesso quadro è stato richiamato anche il ruolo dell’ente proprietario, il Fondo Edifici di Culto (FEC), a conferma che la catena delle competenze su questi interventi è più articolata di quanto appaia.
Il rettore della basilica e l’effetto politico della vicenda
Il rettore Daniele Micheletti ha riconosciuto che una somiglianza “si può vedere”, ma ha negato di aver richiesto modifiche iconografiche, ribadendo la richiesta di ripristinare “com’era”. Intanto, le reazioni politiche hanno trasformato un episodio di restauro in un tema di opportunità e di controllo: per le opposizioni, il punto è evitare personalizzazioni in luoghi e opere sottoposte a tutela; per chi difende l’intervento, la questione resta circoscritta a una decorazione recente.
Che cosa può succedere ora
Gli scenari sono essenzialmente due: archiviazione rapida se verrà confermata la coerenza con lo stato precedente, oppure interventi correttivi se le verifiche stabiliranno che il restauro ha introdotto elementi nuovi senza un iter adeguato. In entrambi i casi, l’episodio lascia una traccia: mostra quanto sia sottile la linea tra manutenzione “locale” e tutela pubblica, soprattutto quando un dettaglio iconografico finisce, per somiglianza o per suggestione, dentro il dibattito politico.
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Di origini salentine, vivo e lavoro a Roma dal 2005. Ho imparato a leggere a 2-3 anni. Per scrivere ho dovuto aspettare i 4. Da allora non mi sono più fermato. La scrittura è la mia vita, la mia conoscenza, la mia memoria. Nonché il mio lavoro. Che mi aiuta a crescere ed imparare. Per non sentirmi mai arrivato, per essere sempre affamato di conoscenza.

