A Palazzo Flangini, fino al 30 giugno 2026, 34 fotografie di Gianni Berengo Gardin riportano Venezia dentro un racconto essenziale e concreto. La mostra inaugura la nuova sede della Fondazione di Venezia e riapre il discorso su una città osservata senza retorica, tra memoria, lavoro e trasformazioni quotidiane
Venezia torna al centro attraverso lo sguardo di Gianni Berengo Gardin. La nuova esposizione allestita a Palazzo Flangini mette insieme 34 opere dedicate alla città e segna un passaggio rilevante anche per la sede che la ospita: è infatti la prima mostra organizzata dalla Fondazione di Venezia nel nuovo spazio espositivo. Il percorso resta aperto al pubblico fino al 30 giugno 2026 e si presenta come un progetto che unisce valore documentario e peso simbolico.
Una Venezia osservata senza abbellimenti
Il punto più netto della mostra è lo sguardo. Le immagini di Berengo Gardin non cercano una Venezia ornamentale, né insistono sulla città da cartolina. Al contrario, costruiscono un racconto fatto di passaggi, gesti, lavoro, relazioni, acqua, pietra e abitudini quotidiane. È una Venezia concreta, attraversata dalle sue contraddizioni, ma ancora leggibile nella sua struttura più profonda. In questo senso, il bianco e nero non ha una funzione nostalgica: serve piuttosto a togliere il superfluo e a riportare l’attenzione su forme, presenze e dettagli.
Il nucleo inedito del percorso
Al centro dell’esposizione c’è una serie di immagini finora mai esposta, ed è questo uno degli elementi che rendono il progetto particolarmente rilevante. Il percorso nasce anche da una coincidenza biografica precisa: durante un soggiorno a Palazzo Bollani, Berengo Gardin scoprì di trovarsi negli stessi ambienti in cui aveva vissuto Pietro Aretino. Da quel punto di osservazione prese forma un nuovo modo di guardare il Canal Grande, come se lo stesso affaccio potesse tenere insieme tempi diversi e restituire, attraverso lo stesso paesaggio, ciò che cambia e ciò che resiste.
Il dialogo con Pietro Aretino
La mostra lavora proprio su questo incrocio temporale. Da una parte c’è il Rinascimento evocato dallo sguardo di Aretino, dall’altra la modernità registrata dall’obiettivo di Berengo Gardin. In mezzo, Venezia. Non una città immobile, ma uno spazio che continua a trasformarsi senza perdere del tutto la propria riconoscibilità. Le architetture restano, mentre cambiano i mezzi, i ritmi, i movimenti, i segni della vita comune. Il risultato è un dialogo silenzioso che sposta l’attenzione dalla celebrazione estetica alla continuità del vedere.
Un omaggio che arriva dopo la scomparsa
L’esposizione assume anche il valore di un omaggio. Arriva infatti a circa sei mesi dalla scomparsa del fotografo e rilegge il suo lavoro come parte centrale della fotografia italiana del Novecento. Non solo per l’estensione della sua carriera, ma per il modo in cui ha tenuto insieme impegno civile e rigore formale. Anche quando osserva Venezia, Berengo Gardin non cerca l’effetto: misura la città, la espone, la lascia parlare. Ed è proprio questa sottrazione a rendere le immagini ancora attuali.
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Di origini salentine, vivo e lavoro a Roma dal 2005. Ho imparato a leggere a 2-3 anni. Per scrivere ho dovuto aspettare i 4. Da allora non mi sono più fermato. La scrittura è la mia vita, la mia conoscenza, la mia memoria. Nonché il mio lavoro. Che mi aiuta a crescere ed imparare. Per non sentirmi mai arrivato, per essere sempre affamato di conoscenza.

