Dal dagherrotipo alle pratiche post-digitali, il MUDEC di Milano presenta una mostra che mette in fila cento fotografie per leggere il presente attraverso la storia del medium. Un percorso curato da Denis Curti che usa l’immagine come archivio, documento e strumento critico sul contemporaneo
Al MUDEC di Milano ha aperto “100 fotografie per ereditare il mondo”, mostra che riunisce cento immagini per raccontare quasi due secoli di storia della fotografia. Il progetto costruisce un percorso che parte dalle origini ottocentesche e arriva fino alle esperienze più recenti legate alla cultura visiva contemporanea. Include quindi non solo la fotografia storica, ma anche gli sviluppi del linguaggio nell’epoca digitale e post-digitale.
L’idea di fondo è semplice: osservare come la fotografia abbia registrato il mondo, le sue fratture e le sue trasformazioni, diventando nel tempo uno degli strumenti principali con cui la modernità ha costruito memoria, identità e rappresentazione.
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Il percorso al MUDEC di Milano
L’esposizione è allestita al MUDEC – Museo delle Culture di Milano e resta aperta dal 7 marzo al 28 giugno 2026. La mostra è curata da Denis Curti, in collaborazione con Alessio Fusi e Alessandro Curti, e si presenta come una selezione ragionata più che come una semplice antologia di immagini celebri.
Il percorso punta infatti a mettere in relazione opere, epoche e sguardi diversi, facendo emergere il modo in cui la fotografia ha accompagnato i grandi cambiamenti della società: dall’industrializzazione ai conflitti, dalla costruzione dell’immaginario pubblico fino alla saturazione visiva del presente.
Due secoli di storia della fotografia
Uno degli elementi centrali della mostra è l’ampiezza cronologica. Le cento fotografie scelte permettono di attraversare la lunga durata del medium, mostrando come l’immagine fotografica sia passata da strumento tecnico e documentario a linguaggio pienamente culturale, artistico e politico.
In questa prospettiva, la fotografia non viene letta solo come testimonianza del passato, ma come dispositivo che continua a intervenire sul presente. Il passaggio dalle immagini delle origini alle pratiche contemporanee evidenzia proprio questo: cambia la tecnologia, cambiano i supporti, ma resta centrale il rapporto tra visione, realtà e interpretazione.
Il tema del presente dentro le immagini
Il sottotitolo della mostra, “per ereditare il mondo”, orienta con chiarezza il senso del progetto. L’eredità evocata non è soltanto storica o estetica, ma anche civile. Le immagini raccolte al MUDEC interrogano infatti il modo in cui il nostro tempo viene percepito, archiviato e trasmesso.
Nel percorso emergono questioni che definiscono il presente: le trasformazioni tecnologiche, le crisi ambientali, i conflitti, le identità in mutazione e la produzione incessante di immagini che caratterizza la contemporaneità. In questo quadro, la fotografia viene proposta come uno strumento utile per leggere la complessità, non per semplificarla.
Non una celebrazione, ma una lettura critica
La mostra evita l’impostazione celebrativa. Più che ribadire il valore iconico di singoli scatti, sceglie di mettere la fotografia al lavoro come forma di conoscenza. È questa la direzione che rende il progetto rilevante anche oltre il perimetro specialistico: il visitatore non è chiamato soltanto a riconoscere immagini note, ma a misurarsi con ciò che ogni fotografia conserva, seleziona o esclude.
Il risultato è un’esposizione che usa la storia della fotografia per parlare del presente, senza toni enfatici e senza indulgere nell’effetto nostalgia. Il punto non è solo vedere cento immagini, ma capire come cento immagini possano ancora organizzare uno sguardo sul mondo.
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Di origini salentine, vivo e lavoro a Roma dal 2005. Ho imparato a leggere a 2-3 anni. Per scrivere ho dovuto aspettare i 4. Da allora non mi sono più fermato. La scrittura è la mia vita, la mia conoscenza, la mia memoria. Nonché il mio lavoro. Che mi aiuta a crescere ed imparare. Per non sentirmi mai arrivato, per essere sempre affamato di conoscenza.

