La nuova raccolta di Germano Innocenti “Quel rossore di tramonto sulle mura” ci guida tra memoria, dolore e resistenza interiore. Una voce poetica contemporanea capace di restituire significato al vivere quotidiano
Proposto al Premio Strega Poesia 2026 e arricchito dalla prefazione di Enrico Marià, “Quel rossore di tramonto sulle mura”, Daimon Edizioni, è il nuovo libro di poesie di Germano Innocenti. Un passaggio significativo nel percorso dell’autore che rappresenta una voce poetica autentica e ormai riconoscibile del panorama letterario nazionale. Perché contemporanea, intensa e non allineata, capace di confrontarsi con i nodi più profondi dell’esperienza umana.
Senza poesia
non esisto,
tantalico amore o inaudito vizio.
Io sono la mia simbologia:
non esisterebbe Cristo
senza crocifisso.
La sfida della comprensione poetica
Come un imbianchino alle prese con la pittura di una parete, ho avuto bisogno di più passate per cercare di comprendere le necessità della poesia di Germano Innocenti. Rileggere. Tornarci su più volte. Fermarmi e riposare. Tornare indietro e ricominciare. Come una danza che costruisca un affresco. Come un’apprensione, quando poi i suoi versi sono esplosi dirompenti. E sono stati tuoni, come l’essere svegliati da un assolo di chitarra di Jimi Hendrix, durante la sua ultima esibizione dal vivo sull’isola di Whight.
Mi sono chiesto quanta vita, quanta autobiografia ci sia in questi componimenti senza che si abbia avuta la sfacciataggine di denunciarla. Piuttosto cercare di risolvere questa tensione, trovarne una collocazione nel mondo attraverso la forma scritta, come passaggio dall’epigrafe all’haiku, verso discorsi più lunghi. Prima di tutto appunti, per quella responsabilità che il poeta ha e che consiste nell’indagare l’esistenza e soprattutto nel testimoniarla. Illuminarla.
La tua foto nel portafoglio,
come il magnete d’un santo
sul cruscotto,
è ciò che voglio.
Sulla lapide
del cimiteriale lotto
non verseranno lacrime
sul mio ma sul tuo volto:
voglio essere ricordato per la tua foto,
non per ciò che ho fatto.
Il ruolo salvifico della poesia
Paul Valery diceva che “La poesia è una lunga esitazione fra il suono e il significato”. La verità è che per leggere la poesia bisogna avere immaginazione e non se ne ha mai a sufficienza. Bisogna immaginare per capire che ogni crisi identitaria è complice di una trasformazione, ogni esilio è un laboratorio interiore fatto di parole e storie, quelle necessarie per trovare finalmente una casa.
Queste di Germano Innocenti sono poesie per resistere al vuoto, perché non è mai troppo tardi per imparare a vivere. Il poeta come lo scrittore sono sentinelle contro l’arroganza e si battono per la libertà d’espressione. Nonostante l’arte poetica possa sembrare un ozioso perditempo, dovrebbe in realtà diventare una pratica. Perché per loro la scrittura è l’unica forma di resistenza possibile e la loro unica vera patria.
Scrittura, limiti e introspezione
Eppure la scrittura è anche la manifestazione di un limite, quello di non essere in grado di stare dentro al mondo, ovvero la propria incapacità di non annoiarsi tra le persone, il non saper approdare ad una serenità stabile. Più si scrive più ci si limita, più si racconta più non si fa altro che esprimere il proprio non saper vivere. La scrittura diventa così un fenomeno che ha accesso a tutti i propri non saper essere.
Per tutta la vita
ho cercato di inseguire
la mia origine smarrita
per poi capire
fra ricordi recisi
e amori di serra
che non ero le radici
ma la terra.
Riflessione sul dolore e la salvezza
Mi sono chiesto inoltre se in Germano Innocenti sia più grande, o meglio venga prima il filosofo o il sociologo, lo studioso o il poeta? È una questione irrilevante di fronte al dolore, che può essere posta solo dalla giusta distanza, per quel rispetto che richiama alla misura un’apologia e allo stesso tempo se ne fa manifesto. Non importa capire il perché di questo dolore, ognuno leggendo il libro sarà libero di scoprirlo e potrà provare a scoprire il proprio. È più importante chiedersi se questi versi abbiano salvato il loro autore e se possano tornarci utili: salvarci.
Per quanto possa apparire una frase banale, più di tutto, la poesia è infatti ciò che salva. Salva scrittori e lettori, come un kit per sopravvivere all’emergenza, perché ci ricorda l’umano che è in noi anche nei momenti più critici del vivere.
Eredità dei poeti che hanno resistito
Ad esempio sono stati salvati dalla poesia e dalla loro creatività, la loro capacità di farla: Amelia Rosselli che scriveva per sfuggire alla morte, mentre Ghiannis Ritsos lo faceva per cantare e sognare una libertà proibita dal regime a cui era soggiogato. Alda Merini si affidava ai versi per sopravvivere all’internamento in manicomio e Giuseppe Ungaretti per trovare una patria. Pablo Neruda vi cercava amore e riscatto dei popoli, mentre Giovanni Pascoli vi trovava la memoria (anche dell’omicidio del padre). Invece Charles Bukowski vedeva nella poesia un combattimento, Sibilla Aleramo l’urgenza, Alfonso Guida una simbolica terra di approdo. Tanti altri ancora se ne sono giovati e se ne gioveranno.
Nulla si risolve,
tutto fa un lungo giro
e poi ritorna all’origine:
esiste un solo equilibrio
possibile,
quello fra il ferro e la ruggine.
Non c’è soluzione
al male necessario:
ogni negazione
è una maglietta sporca
indossata al contrario.
Equilibrio e riflessione finale
In definitiva ciò che emerge con forza nelle pagine di questa silloge è che la poesia non è un rifugio che ci sottrae alla vita, ma la via che ci riporta dentro di essa. Restituisce l’esistenza alla storia e la discosta dallo storytelling. Protegge e salva. E allora forse è proprio qui il suo senso più profondo: scrivere e leggere poesia equivale a scegliere la vita. Sempre.
Lascio andare questo libro, conscio dei suoi insegnamenti, del suo potere, che possa incontrare qualcun altro e fare del bene come l’ha fatto a me. Nel frattempo penso che la scrittura di Germano Innocenti possa meritare una residenza artistica, perché sarebbe in grado di darle un senso, amplificare uno spazio, donare sostanza e volume ad un luogo. Penso potrebbe essere un premio giusto ed una prossima sfida per l’autore.
Chi è Germano Innocenti
Germano Innocenti (Magliano Sabina, 1977), vive e lavora in Umbria. Scrittore, giornalista e docente universitario, esordisce nel 2001 con la silloge poetica The Hollow, cui seguono, sempre in poesia, Allucinazioni (Ensemble, 2017); La Forma del dolore (Italic Pequod, 2018); L’istantesimo (Giuliano Ladolfi, 2019); Gli haiku del corpo (Luoghinteriori, 2020); Lo spazio necessario (Oedipus, 2020); Di amanti (Nulla die, 2020); Genesi postuma (Bertoni, 2020); Le mie parole di domani (Macabor, 2021); La malattia immortale (Daimon), con cui vince il XII premio dell’editoria abruzzese, sezione poesia. Sue sono anche le raccolte di racconti: Autopsia di un corpo immaginario (Ensemble, 2020), L’ineluttabile peso della libertà (Luoghinteriori, 2022); Notturno (Ensemble, 2023). Con la Caosfera edizioni pubblica le raccolte di articoli Overcooking (satira enogastronomica, 2018) e Overmovie (critica cinematografica, 2021). Quel rossore di tramonto sulle mura è la sua nuova raccolta di poesie, sempre per la Daimon edizioni.
Scheda del libro
Titolo: Quel rossore di tramonto sulle mura
Autore: Germano Innocenti
Editore: Daimon Edizioni
Collana: I Crisatei
Anno edizione: 2026
Pagine: 136
ISBN: 9791280328953
Prezzo: € 13,00
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Classe 1977, consulente di comunicazione. Vivo fra Roma e l’Umbria. Prima e dopo la laurea sono passato per varie reincarnazioni: sarto, guerrilla marketer, responsabile ufficio stampa nel settore del trasporto aereo, ghost writer. Mi occupo dello sviluppo di progetti editoriali e organizzo festival letterari. Leggo libri, da scrittore sospeso ne scrivo recensioni.

