Lun. Giu 22nd, 2026

Elisa Tamburrini, da Anna Magnani alla materia: «L’arte è una soglia verso l’altro»

Elisa Tamburrini, da Anna Magnani alla materia: «L’arte è una soglia verso l’altro»
Elisa Tamburrini, da Anna Magnani alla materia: «L’arte è una soglia verso l’altro»

Partendo da ANNAmo’, la mostra di street art dedicata ad Anna Magnani in Via Margutta, l’artista viareggina racconta il proprio rapporto con la creazione: non una definizione, ma un linguaggio emotivo, fatto di materia, memoria e relazione

Partire da ANNAmo’, la collettiva dedicata ad Anna Magnani a settant’anni dall’Oscar per La rosa tatuata, significa entrare in un dialogo tra immaginario cinematografico, arte urbana e memoria. La mostra, ospitata negli spazi de Il Margutta Veggy Food & Art di Via Margutta, ha chiamato diversi artisti a misurarsi con il volto e l’eredità di Nannarella, restituendone aspetti diversi: la forza, la fragilità, la libertà, il rapporto con Roma.

Tra loro c’è Elisa Tamburrini, che con A misura di grembo ha scelto una strada più intima e materica. Un trittico tridimensionale, costruito su cilindri in cartapesta, in cui il ritratto diventa spazio, volume e superficie da attraversare. Il riferimento è a un episodio raccontato da Magnani in Siamo donne, ma il lavoro si apre a una riflessione più ampia: ciò che è vivo, fragile e necessario non sempre può essere misurato secondo criteri standard.

Da qui prende forma questa intervista: non soltanto sul rapporto con Anna Magnani, ma sul modo in cui Tamburrini intende l’arte, la materia, la natura e il processo creativo.

Partiamo dall’opera e dal suo modo di intendere la creazione. Che cos’è, per lei, l’arte?

Per me l’arte non è una definizione, ma una soglia. È un linguaggio emotivo che appartiene alla poetica del mio modo di esistere. Nel mio sentire più autentico, l’arte è comunicazione, ma non nel senso superficiale dello scambio di informazioni. È una tensione profonda verso l’altro, il bisogno di creare un ponte, di aprire uno spazio in cui qualcosa possa accadere tra me e chi guarda, ascolta o attraversa il mio lavoro.

A un certo punto della mia vita ho compreso che questa spinta non era solo una scelta o un desiderio, ma una necessità. Creare è diventato il modo più vero che conosco per tessere relazioni: connessioni sottili, spesso invisibili, che agiscono anche a livello inconscio. È lì che mi interessa arrivare.

Non cerco di spiegare, ma di evocare. Non voglio imporre un significato, ma attivare una risonanza. Quando un’opera riesce a toccare una zona profonda, quella che non sempre sappiamo nominare, allora si compie l’incontro. Non importa quale sia il mezzo espressivo: ciò che conta è la possibilità di generare un dialogo silenzioso, capace di muovere qualcosa dentro. Per me l’arte è questo movimento: un atto necessario di connessione.

Quando ha capito che l’arte sarebbe stata il suo linguaggio?

Sembra ingenuo dirlo, ma fin da piccolissima mi sono sentita come un contenitore, depositaria di una consapevolezza arcaica lasciata lì da qualcun altro. Negli anni ho solo imparato a capirla, a sperimentarla, a decifrarla e a darle una lettura.

Credo di aver sempre avuto dentro di me questo “passeggero creativo” che mi sussurrava come guardare il mondo. A volte non sapevo nemmeno io come potessi conoscere certe cose. Probabilmente non appartenevano alla mia esperienza personale, e per questo le ho sempre vissute come un dono ricevuto da qualcun altro.

Nei suoi lavori convivono pittura, artigianato, materiali e tecniche diverse. Come nasce il suo processo creativo?

Sono cresciuta con un nonno che mi ripeteva: “Impara l’arte e mettila da parte”. È diventato davvero il mio mantra vitale. La mia più grande attitudine è imparare guardando, con una buona dose di curiosità. È quello che ho fatto fin da piccola.

Amo l’artigianato vero e negli anni ho imparato lavorazioni e tecniche molto antiche, che poi ripropongo nei miei lavori: la stampa a torchio, l’incisione a punta secca, l’affresco, l’intarsio, la lavorazione del metallo, la cartapesta, la ceramica, la sartoria. Si può dire che le mie opere siano a tecnica mista, ma soprattutto che costruisco tutto: dalla base al dipinto. A volte creo anche i colori che utilizzo. Molto spesso la bidimensionalità non mi basta.

Per quanto riguarda il processo creativo, mi lascio trasportare dalle visioni oniriche. Negli anni ho imparato a decifrarle e a dare loro un nome. La chiamo la tecnica della pareidolia. So che può sembrare una parola strana, ma per me è un grande maestro di vita. Suggerisco a tutti di tornare a giocare con le forme delle nuvole appena possibile: possono nascondere grandi verità.

Quali sono stati i suoi riferimenti principali?

Sarebbe troppo semplice rispondere Michelangelo, Schiele, Cézanne o altri grandi nomi della storia dell’arte. Nella realtà, i miei più grandi maestri sono stati altri.

L’odore della colla a caldo sulla stufa a legna nel laboratorio di restauro di mio nonno. Il rumore delle forbici che scorrono sul tessuto nel laboratorio di sartoria del mio professore universitario. E poi le mie Apuane: l’odore dei muschi, dei funghi, dei fiori e delle erbe selvatiche; il freddo pungente del vento tra gli alberi; la terra umida; i colori dei boschi, che cambiano negli anni e con le stagioni.

La natura è decisamente la mia più grande maestra e musa. Mi ha insegnato ad ascoltare, ad annusare, a sperimentare. Soprattutto mi ha insegnato che spesso non è necessario capire: bisogna anche sapersi abbandonare alle paure, per scoprire la meraviglia di ciò che non si conosce.

Ci sono opere a cui è particolarmente legata?

Sì, e il motivo della selezione è sempre affettivo, legato al territorio o al significato dell’opera.

La mia Leda – Leda e il cigno è una delle mie opere più recenti. Misura 170×200 cm ed è realizzata con smalto all’acqua. Parte dall’omonimo mito e incarna la follia della passione, il desiderio irrazionale che diventa carnale, l’atto che dà origine a eventi fatali. Per me è il culmine di una serie di illustrazioni molto piccole, realizzate a sanguigna, intitolata Deliri erotici da un divano, con protagonista Leda in atteggiamenti erotici insieme a personaggi di ispirazione animale: Leda e il luccio, Leda fortunata, Leda appolpata.

La toppa è una pittura a olio su tela con inserti in ceramica dipinta a olio. È un’opera su commissione che racconta l’intimità di un’evoluzione, la scoperta della chiave di volta che apre la serratura. Ognuno di noi detiene una chiave di lettura che permette di entrare in contatto con il proprio io più profondo. È una narrazione poetica della rinascita, del rifiorire e dello svelarsi, tutta al femminile.

Solo un duo, olio su tavola di castagno di 120 cm di diametro, racconta due corpi. Niente di più: due corpi che si muovono, si amalgamano, si mescolano, si amano. Una soluzione empatica e quasi mistica, in cui non è più chiaro dove finisca l’uno e inizi l’altro. Non importa chi siano. Resta il gusto dell’amore profondo e dell’atto più forte e creatore dell’umanità. L’ombelico, centrale nella composizione, diventa simbolo della potenza e dell’energia femminile.

Nel suo lavoro la dimensione pubblica ha un ruolo importante. Come si inseriscono i murales nella sua ricerca?

Oceanina è una delle dee delle acque che da anni fanno parte delle mie illustrazioni e delle mie narrazioni pittoriche. È un murales a smalto all’acqua nato per custodire la memoria di una vecchia fontana di raccordo tra una fonte e un lavatoio storico nel borgo di Bargecchia, un paese vicino a casa mia.

L’infinita storia d’amore tra ferro e pirite è invece un murales realizzato nel borgo di Sant’Anna di Stazzema, nel Largo dei Minatori. Anche in questo caso ho usato smalto all’acqua. L’opera nasce come memoria degli abitanti del borgo che lavoravano nelle numerose miniere del territorio montano ed è stata inaugurata nella ricorrenza di Santa Barbara, patrona degli artiglieri.

Racconta l’eterna storia d’amore tra i due spiriti delle miniere di ferro e pirite, estratti dalle viscere della terra attraverso i camini fatui del mare di Tetide, con lo storico mulo bianco Ugo, compagno di lavoro dei minatori. È un’opera legata alla memoria, alla fatica e al paesaggio. Come spesso accade nel mio lavoro, il racconto personale e quello collettivo finiscono per coincidere.

Una misura non standard

In A misura di grembo, il lavoro presentato per ANNAmo’, questa ricerca torna in forma più concentrata. La materia non è solo supporto, ma diventa parte del significato. Il corpo, il vuoto, la carezza, il bisogno di contatto: tutto si misura fuori dai parametri ordinari.

È qui che il dialogo con Anna Magnani trova una sua coerenza. Non nella citazione del volto come icona, ma nella possibilità di riconoscere in quel volto un campo emotivo ancora attivo. Una presenza non addomesticata, resistente, fragile e insieme ferma. La stessa direzione verso cui sembra muoversi il lavoro di Tamburrini: non spiegare, ma aprire una soglia.

Appassionati di arte, teatro, cinema, libri, spettacolo e cultura? Seguite le nostre pagine FacebookXGoogle News e iscriviti alla nostra newsletter

Related Post

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Scopri di più da Uozzart

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere