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“I giganti della montagna” di Gabriele Lavia: la recensione

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I giganti della Montagna, opera ultima di Luigi Pirandello, ha debuttato ieri a Roma al Teatro Eliseo e sarà in scena fino al 31 marzo

I giganti della Montagna, opera ultima di Luigi Pirandello per la regia di Gabriele Lavia, ha debuttato ieri a Roma al Teatro Eliseo e sarà in scena fino al 31 marzo. Il testo pirandelliano, il terzo a cui il regista rende omaggio nella sua personale trilogia dedicata all’autore, è l’opera culmine del pensiero poetico di Pirandello. I Giganti della Montagna è l’autorevole testamento letterario del pensiero portato avanti in molte opere dell’autore.

I giganti della montagna - Cast _ ph. Tommaso Le Pera MEDIA
I giganti della montagna – Cast _ ph. Tommaso Le Pera MEDIA

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“I Giganti della montagna” al Teatro Eliseo, con la regia di Gabriele Lavia

Un parlare e descrivere l’uomo attraverso personaggi teatrali e spesso grotteschi, in grado di delineare le sottili linee della debolezza e della crisi umana sempre al margine della vita e dei suoi drammi. Uno spettacolo in cui la parola, centro del tutto, ci porta verso la comprensione delle proprie possibilità mentali e spirituali in un gioco di parole chiarissimo, poco velato, a tratti brutalmente veritiero. Scene, costumi e musiche incorniciano perfettamente uno spettacolo onirico. Una splendida analisi del teatro sulla vita, magistralmente diretta e interpretata.

La compagnia della contessa Ilse (Federica De Martino) arriva alla villa Scalogna ed é accolta da Crotone (Gabriele Lavia) e dai suoi amici, personaggi eccentrici che, rifugiandosi in questo luogo, riescono ad avere la percezione del mondo e della sua bellezza attraverso la mancanza del tutto. “Il corpo è la morte, la vita è vento […] Guai a chi si vede nel proprio corpo e nel proprio nome”.

I giganti della montagna - Gabriele Lavia _ ph. Tommaso Le Pera 2 MEDIA
I giganti della montagna – Gabriele Lavia _ ph. Tommaso Le Pera 2 MEDIA

Il nostro commento

L’incapacità di realizzare la propria libertà è la fonte del dramma di questi personaggi, arenati in un luogo sconosciuto. Dipendono gli uni dagli altri: gli attori e il marito dalla prima attrice, lei stessa dal dramma che deve mettere in scena. Un circolo vizioso senza termine, che combacia con la volontà singola dell’essere umano di aver potere sul proprio modo di vivere. La villa, abitata da spiriti, diventa il luogo delle innocenti convinzioni, dove come in un gioco animato dalla capacità di un bambino nel credere fermamente nel proprio racconto, tutto può accadere.

Ma la Favola che i teatranti vogliono mettere in scena, è fatta per essere ascoltata fuori da quelle mura. I Giganti della montagna sono le personalità più importanti lì intorno, gli unici che potrebbero “ascoltare”, ma questi non hanno tempo per l’arte e rapidamente, al galoppo, non si curano né della storia né dei teatranti. Il terzo atto di quest’opera ci arriva non per esteso, dettato in sorta di trama da Pirandello al figlio Stefano.

Chi sono questi Giganti? Perché non ascoltano? “[…] Io ho paura”. La scena non arriva fino all’amara crudeltà della morte di Ilse, della sua passione e vita (dell’arte nell’era moderna), ci lascia un amaro in bocca e un presagio per ciò che accadrà, e che in parte già sta accadendo. “Guardiamo alla terra. C’è forse qualcuno laggiù che s’illude di star vivendo la nostra vita; ma non è vero”.

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