Last Updated on 09/05/2019
In pieno barocchetto romano, i prospetti curvilinei di nuovi e bizzarri edifici fanno da contraltare all’alta e possente facciata della chiesa di Sant’Ignazio di Loyola.
In pieno barocchetto romano, i prospetti curvilinei di nuovi e bizzarri edifici fanno da contraltare all’alta e possente facciata della chiesa di Sant’Ignazio di Loyola.

La storia dei «casini nuovi» di Piazza Sant’Ignazio
Nel 1727, cinque anni dopo la consacrazione della chiesa di Sant’Ignazio di Loyola, Benedetto XIII, ritenendo «disdicevole che una chiesa e una facciata così insigne resti senza il dovuto prospetto e comodità d’ una piazza proporzionata», incarica Filippo Raguzzini di realizzare un corpo di abitazioni adeguate. L’architetto dimostra la sua competenza e le sue valide conoscenze geometriche, ideando un progetto basato su tre ovali tangenti. Se il maggiore di questi determina l’andamento del palazzetto centrale, i laterali influenzano le forme degli edifici delimitanti la piazza.
L’imponente
chiesa gesuita affacciata sulla piccola piazza viene in questo modo
controbilanciata da strutture ad andamento sinusoidale, che danno
vita ad una scenografia elegante.
A
sostegno del bisogno di alleggerimento di questa porzione urbana, i
palazzetti in questione vengono ornati con stucchi, modanature e
balconcini. Essi sono inoltre tinteggiati di una tonalità grigio –
celeste, il cosiddetto «color d’aria» molto in voga nel
Settecento.
Il raffinato gioco di curve del complesso viene tuttavia commentato negativamente ancor prima di essere ultimato. Facendo riferimento al diario di Roma dello storico Francesco Valesio si legge che: «Gli padri Gesuiti posero mano al cavare de’ fondamenti della fabbrica che fanno avanti la chiesa di S. Ignazio con pochissima piazza, contro l’ aspettazione di tutti, onde hanno udite delle maldicenze loro dette sul viso da persone che in copia vanno a vedere quel diroccare di case». Al termine dei lavori, le critiche divengono ancora più aspre: la piazza è stata «deturpata da quelle ridicole case a foggia di canterani», tuona Francesco Milizia, teorico d’arte dell’epoca.
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Le tesi sulla toponomastica di piazza Sant’Ignazio
I canterani sono i cassettoni del Settecento, o, alla francese, bureaux. La tradizione vuole che il termine bureaux, storpiato in burò e poi in burrò, sia all’origine della denominazione della strada, Via de’ Burrò, conducente appunto a questi palazzi. In realtà, nel 1798 dietro i «canterani», nella Dogana di Terra adibita nel Tempio di Adriano, s’ insedia l’ Ufficio del Commercio francese denominato «bureau». Da ciò dovrebbe dunque derivare il toponimo. Tale tesi sarebbe avvalorata da un’importante informazione: fino al 1883 le strade si chiamano infatti al singolare, «del Burrò», ossia dell’ Ufficio.
Tuttavia, anche quando la via assume la denominazione al plurale, «dei Burrò», si è in grado di fornire una spiegazione scientifica. Facendo riferimento ad un portavoce dell’Ufficio toponomastico del Comune, si apprende infatti che dopo il Burò commerciale francese s’ insedia il Comando generale delle truppe napoletane borboniche, anch’esso definito «bureau».
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Classe 1991, sono laureata in studi storico – artistici e svolgo l’attività di curatrice, art advisor e critica d’arte. Scrivo per l’Atlante dell’Arte contemporanea Giunti editore, all’interno del quale firmo inoltre degli speciali di moda e fotografia. Come membro di redazione di tale pubblicazione, ho tenuto delle lectiones magistrales di autori di arti visive al Metropolitan Museum di New York ed ho fornito il mio supporto per lo stand della suddetta società nell’ambito di Art Basel Miami 2024. Sono nel comitato scientifico di diversi padiglioni alla Biennale di Venezia Arte e dell’Esposizione Triennale di Arti Visive a Roma.


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