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Cinema e arte: la recensione di The square di Ruben Östlund

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Palma D’Oro al Festival di Cannes 2017, The Square, del regista svedese Ruben Östlund, è un film ambientato nel Museo d’Arte Moderna di Stoccolma che ha diviso pubblico e critica sin dalla prima proiezione

The Square di Ruben Östlund
The Square di Ruben Östlund

Divisivo, criticato, discusso, e non poteva essere altrimenti. The Square è un film volutamente provocatorio, che cerca e trova spesso situazioni di disagio per i suoi protagonisti e gli spettatori e che con dissacrante ironia espone le ipocrisie del mondo dell’arte. Molte critiche sono state mosse nei confronti di questa pellicola. In particolare da chi ha ritenuto che il regista abbia trattato con cieca superficialità l’arte moderna, prendendosene gioco.

Dopotutto si tratta di critiche mosse, a suo tempo, anche a Paolo Sorrentino, che nel suo La grande bellezza faceva schiantare, nuda e a tutta velocità, un’artista molto simile a Marina Abramovic contro l’acquedotto romano. Ma nel mirino di Östlund non c’è l’arte in sè, ma il mondo che le ruota attorno. Non sono le opere ad essere grottesche, inadeguate, fuori dalla realtà. Bensì quella quella borghesia che le celebra senza volere né riuscire a capirle.

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La trama di The Square

Christian, l’elegante e fascinoso direttore del Museo d’Arte Moderna di Stoccolma, è intento a promuovere la nuova mostra che aprirà a breve e la sua opera di punta, The Square, un quadrato di sampietrini, 4 metri per 4, con una targa che recita “Il quadrato è un santuario di fiducia e amore entro i cui confini tutti abbiamo gli stessi diritti e doveri”. Un’opera che parla di altruismo, uguaglianza, solidarietà. Christian è un uomo ricco, colto, guida una Tesla, indossa gemelli d’oro e costosi vestiti sempre corredati da eleganti sciarpette.

E’ distaccato, talmente tanto che, quando verrà derubato di cellulare e portafogli, sarà il suo stagista a spiegargli che deve indignarsi. La rapina porterà poi a gesti e coneguenze inaspettati, svelando la totale e irrimediabile mancanza di empatia e di altruismo del protagonista, che, anche nel tentativo di redenzione, non riuscirà comunque a mettere da parte il proprio ego (il video-selfie che diventa sproloquio).

L’idea generale è che questo museo sia popolato da zombie che sorseggiano caffè in tazze Ikea, salvo qualche scheggia impazzita, come i creativi incaricati della campagna pubblicitaria della mostra (che, nel loro delirio da giovani social, finiranno col creare una pubblicità disturbante e ridicola, lontanissima dal tema dell’esposizione, ma immediatamente virale) e la bella giornalista Anne (la sempre più brava Elizabeth Moss, già vista in Mad Men e nel più recente Handmaid’s Tale), che per certi versi si presenta come il personaggio con i piedi più piantati a terra, salvo poi vivere con una scimmia che gira per casa, si accomoda sul divano, si mette il rossetto, come se fosse la cosa più normale del mondo.

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La borghesia al gala

I finanziatori del museo, l’alta borghesia europea, sono un mostro informe con mille teste e poco cervello, che finge di ascoltare con attenzione la presentazione di Christian, ma fugge via appena viene annunciato il buffet. Quella borghesia ossessionata dal politically correct (tanto da vedere come “razzista” il delirante video girato dai due creativi, perchè ha come protagonista-vittima una bambina bionda), con i suoi uffici moderni, in cui sono ben accetti cani e neonati, ma in cui l’unico ragazzo nero fa lo stagista, costretto a passare il pomeriggio a fissare sullo schermo la posizione del cellulare rubato del capo.

Quella borghesia che si professa paladina della libertà d’espressione e amante dell’arte. A patto però che sia innocua, che non la tocchi. E quando l’artista performer Olag (l’incredibile Terry Notary, coreografo dei film della saga Il pianeta delle scimmie) sconvolgerà una cena di gala impersonando una belva feroce, terrorizzando e aggredendo fisicamente gli invitati, le reazioni saranno imprevedibili. E per un attimo, giusto qualche secondo, anche loro sembrano esseri umani.

Il nostro commento

The Square è un film lungo ed estremamente denso, che andrebbe visto (e rivisto) con attenzione. E’ una commedia, una tragedia, una farsa. E’ un’opera che entra nel mondo dell’arte con la delicatezza di un elefante in una cristalleria. Ma le cui riflessioni e provocazioni vanno molto oltre le mura dei musei, arrivando dritte a quella borghesia fuori dal mondo che ci vive tutti i giorni in un quadrato sicuro, tenendo fuori tutto il resto. E’ una pellicola che deposita pensieri nell’angolo più remoto della mente dello spettatore e lascia che esplodano, come bombe a orologeria, molto dopo la visione.

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