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“Figlio dell’impero britannico” di Jane Gardam – La recensione

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Esce in Italia il romanzo dell’autrice inglese Jane Gardam, il primo della trilogia che segue la vita del giudice Edward Feathers

Figlio dell'Impero Britannico di Jane Gardam
Jane Gardam, Figlio dell’impero britannico, traduzione di Alberto Bracci Testasecca, con una nota di Chiara Valerio, Sellerio editore, 2019.

L’impero coloniale inglese è il vero protagonista di questo romanzo, scritto da Jane Gardam, classe 1928, e pubblicato in originale nel 2004 e quest’anno in traduzione italiana. La storia del giudice Edward Feathers e del suo percorso di vita a cavallo del secolo breve è una grande metafora dell’ascesa e declino di un impero, e in generale del colonialismo britannico otto-novecentesco. Si tratta di una storia di rovine, insomma, un rivangare all’indietro in un passato che è al tempo stesso una ricerca disperata di radici (private e culturali) che può attuarsi soltanto attraverso una forte revisione ideologica

Failed in London, try Hong Kong

Edward Feathers, ma per tutti è Old Filth, vecchia schifezza (il gioco di parole è però più sottile, ché Filth è acronimo per Failed in London, try Hong Kong: fallito a Londra, prova a Hong Kong) è in tutto un arci-inglese, pur essendo un “figlio del Raj”, un cittadino britannico nato nelle colonie, cresciuto senza mai mettere radici tra i territori dell’estremo oriente e la madrepatria: due punti estremi ma altrettanto lontani. Sempre pulito ed ordinato, capace di tenere a freno qualsiasi esternazione di sentimento (è dote di famiglia) che vada più in là di avere le scarpe lucidissime e la camicia “talmente bianca da sembrare azzurra”.

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È questo il principale sfasamento su cui fa perno il romanzo: un suddito, e un suddito di rilievo (“l’icona dell’allegro foro di Hong Kong”), di quello che era il più grande impero del mondo moderno che si sente assolutamente spaesato, ovunque esso si trovi: che sia la Malesia dove è stato cresciuto tra le balie e gli abitanti locali, e guardato distrattamente da un padre assente e anaffettivo, o che si tratti dell’Inghilterra della formazione adolescenziale (perché è bene che i sudditi di sua maestà nati oltremare tornino in madrepatria a educarsi), o del definitivo ritiro, dopo una vita passata ad Hong Kong.

“Non ho background…”, la contraddittorietà di “Figlio dell’impero britannico”

La contraddittorietà, a pensarci bene, è quella del colonialismo stesso, che si tratti degli anni di massimo fulgore del British Empire, o che siano quelli della sua inevitabile decadenza. E la decadenza è non solo politica, ma anche e soprattutto psicologica, personale (“Non ho background. Sono stato spogliato del mio background. Mi hanno appiccicato addosso un altro background”). Da questo punto di vista il concetto stesso di colonialismo è messo in discussione (e la questione non riguarda certo la sola Gran Bretagna, ma potrebbe essere esteso a tutte le nazioni europee che tra il XIX e il XX secolo cavalcarono l’impresa coloniale); se ne indagano le conseguenze psicologiche, che non possono non essere anche e necessariamente politiche.

I “figli dell’impero britannico” non fanno fatica a riconoscere le loro tare: “È per via del modo in cui sono stati cresciuti. La maggior parte di loro ha imparato a non voler mai bene a nessuno, mai, per tutta la vita. Non si lamentavano perché avevano la rete di sicurezza, l’Impero Britannico. Dovunque andavi rappresentavi la corona, e ovunque trovavi qualcuno come te. Un club. Ce ne sono ancora migliaia in giro convinti che il mondo sia loro”.

Figlio dell'Impero Britannico
Figlio dell’Impero Britannico

Ripensare Kipling

È, in un certo senso, un romanzo anti-kiplinghiano questo Figlio dell’Impero Britannico: l’autore di Kim e del Libro della giungla (ma non dimentichiamolo anche del famigerato Il fardello dell’uomo bianco, manifesto dell’imperialismo di fine Ottocento) aveva cantato la grandeur e soprattutto la legittimità di un impero che pareva intramontabile; il romanzo di Jane Gardam espone, al contrario, il punto di vista dei colonizzatori ad una attenta e spietata revisione post-coloniale (e ne rovescia il senso che aveva in Kipling), mettendone a nudo la fragilità prima di tutto psicologica (psico-geografica, potremmo dire: l’Impero è una landa fredda i cui rampolli sono lasciati soli con le loro nevrosi), e facendo emergere il rigore formale di una istituzione aggressiva, sotto ogni punto di vista, nella sua calma rigidità.

La prosa è garbata e piana (“è un romanzo vittoriano scritto all’inizio di questo secolo”, scrive Chiara Valerio nella sua Nota a fine volume), e pur non essendo priva di quello humour che riesce a scaturire soltanto dalla impeccabile compostezza dei figli di Albione, non può fare a meno di essere, nonostante tutto, implacabilmente apocalittica, nella sua descrizione di uno sfacelo culturale (come sempre è il colonialismo) e di un crollo che non può che lasciare ferite aperte (nel privato e nel pubblico).

La storia del giudice Feathers è ricostruita per lampi di memoria, e la narrazione si muove avanti ed indietro nel tempo incastonando gli episodi e i personaggi in maniera non lineare, pur rimanendo sempre stilisticamente cristallina. Il romanzo, nella sua apparente freddezza tratta un argomento, quello del colonialismo, ancora scottante e soprattutto (spesso) abilmente rimosso, ma le cui conseguenze disastrose sono ancora davanti agli occhi di tutti.

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